Assetto per le politiche economiche nell’UEM

Introduzione

L’assetto istituzionale dell’Unione economica e monetaria (UEM) consta di due componenti: con l’introduzione della moneta unica le competenze in materia di politica monetaria e valutaria sono state trasferite a livello dell’area dell’euro, mentre la politica economica è rimasta in prevalenza una responsabilità delle autorità nazionali.

Tale struttura, che risale al Trattato di Maastricht del 1992, trova ragione nel fatto che le politiche economiche (come le politiche di bilancio e strutturali) spesso devono tener conto delle caratteristiche e degli assetti istituzionali nazionali e in molti casi sono l’essenza stessa del dibattito pubblico e politico di un paese. L’intento era inoltre di introdurre un certo grado di emulazione tra i responsabili delle politiche economiche nazionali, favorendo così l’affermarsi di migliori prassi che i governi avrebbero condiviso e perseguito (cfr. gli articoli Assetto istituzionale e operativo dell’area dell’euro e Il quadro di riferimento per le politiche economiche nell’UEM, rispettivamente nel numero di maggio 2008 (10° anniversario della BCE) e in quello di novembre 2001 del Bollettino mensile).

Allo stesso tempo, però, il mercato unico dell’UE ha creato una forte interdipendenza tra le economie europee. Nell’area dell’euro l’integrazione economica e finanziaria è stata ancora più accentuata per effetto della moneta unica. Per tenere in debita considerazione tali fattori (che si manifestano soprattutto come effetti di propagazione, poiché le decisioni assunte in un paese si ripercuotono sugli altri), occorre inquadrare le politiche economiche in uno schema europeo di coordinamento e sorveglianza. In assenza di coordinamento, peraltro, le risposte di politica economica a livello nazionale possono essere meno efficaci nel contesto di uno shock comune di ampia portata, quale la crisi economica e finanziaria, che interessi la totalità o la maggior parte dei paesi europei in modo sostanzialmente analogo. Un quadro di riferimento europeo è altresì necessario perché le politiche economiche nazionali devono essere orientate alla stabilità per essere compatibili con la politica monetaria unica e il suo obiettivo primario della stabilità dei prezzi, come prevede il Trattato.

La crisi economica e finanziaria ha rivelato tuttavia debolezze cruciali nel quadro della governance economica. Questa poggiava sull’assunto che i paesi avessero sufficienti incentivi a “mantenere i conti in ordine” e quindi, quasi automaticamente, a concorrere al bene comune dell’area dell’euro. Le decisioni di politica economica, nella pratica, erano soggette soltanto a vincoli poco stringenti a livello europeo, anche nelle sfere in cui avrebbero dovuto essere applicate norme rigorose (sostanzialmente in materia di politica di bilancio, cfr. di seguito). La pressione reciproca tra Stati membri a perseguire politiche economiche solide, è stata pressoché assente nel dibattito politico europeo. I mercati finanziari, in aggiunta, non hanno svolto in maniera adeguata la loro funzione disciplinare.

L’esperienza maturata dopo l’introduzione dell’euro suggerisce che, in assenza di un maggiore coordinamento delle politiche, non era possibile ottenere di più, in termini sia di formulazione sia di attuazione delle disposizioni e raccomandazioni europee. I notevoli effetti di propagazione presenti tra i paesi dell’area dell’euro giustificano evidentemente una maggiore integrazione delle politiche di bilancio, strutturali e finanziarie, che porti in ultima analisi a una vera e propria unione economica e assicuri l’ordinato funzionamento dell’UEM. In tale contesto, la BCE ha invocato un salto di qualità nel rafforzamento dei fondamenti istituzionali dell’UEM e, quindi, verso un’unione economica più profonda, commisurata al grado di integrazione economica e interdipendenza già conseguito attraverso l’unione monetaria (cfr. Reinforcing Economic Governance in the euro area).

Presentazione generale degli strumenti di coordinamento e sorveglianza delle politiche economiche nell’UEM

Orientamenti integrati

Data la maggiore interconnessione tra le economie dell’UE, e in particolare dell’area dell’euro, il Trattato impone agli Stati membri di considerare le loro politiche economiche una questione di interesse comune e di coordinarle nell’ambito del Consiglio dell’UE (articolo 121 del TFUE). Più specificamente, prevede l’adozione di Indirizzi di massima per le politiche economiche in cui si formulano raccomandazioni alle autorità in materia di politiche macroeconomiche e strutturali (articolo 120 del TFUE). Tali indirizzi, adottati dal Consiglio dell’UE su raccomandazione della Commissione, hanno costituito uno dei principali strumenti di coordinamento delle politiche durante il primo decennio dell’UEM.

Dal 2005 gli indirizzi, insieme ai cosiddetti Orientamenti sull’occupazione (articolo 148 del TFUE), sono confluiti negli Orientamenti integrati: questi sono adottati al massimo livello politico dai leader dell’UE in occasione del Consiglio europeo di primavera e vengono aggiornati secondo le esigenze.

Strategia Europa 2020

Per l’ordinato funzionamento dell’UEM sono necessarie riforme economiche nei mercati dei beni e servizi e del lavoro intese a rafforzarne la flessibilità e a favorire la concorrenza, in modo da consentire agli Stati membri di aumentare la crescita potenziale e l’occupazione. Esse inoltre concorrono a un incremento della produttività e della competitività negli Stati membri e ne migliorano al contempo la capacità di tenuta agli shock economici. La necessità di attuare riforme strutturali è ancora più acuta nell’area dell’euro, dal momento che gli Stati membri non possono più utilizzare la politica monetaria e la politica del cambio come propri strumenti di intervento. Le riforme strutturali, quindi, sono anche fondamentali per evitare l’emergere di squilibri all’interno dell’area.

In tale contesto, al Consiglio europeo del giugno 2010 i leader dell’UE hanno adottato la “strategia Europa 2020”, ossia la strategia dell’Unione per la creazione di posti di lavoro e la promozione della crescita attraverso riforme economiche e sociali che tiene anche in debita considerazione gli aspetti ambientali. Nei tre capitoli dedicati alla crescita intelligente, sostenibile e solidale, la strategia prevede interventi di politica economica a livello sia nazionale sia di UE con lo scopo di favorire il benessere dei cittadini europei. Le ambizioni di Europa 2020 si concretano in cinque obiettivi principali sul piano europeo, riguardanti occupazione, ricerca e sviluppo, cambiamento climatico, istruzione e povertà.

Ogni anno gli Stati membri presentano nell’ambito della strategia i programmi di riforma nazionali che, in linea con gli Orientamenti integrati, si prefiggono di superare gli ostacoli specifici di ogni singolo paese alla crescita e all’occupazione. Gli sforzi degli Stati membri sono sostenuti a livello dell’UE dalle “iniziative prioritarie” e dalle politiche di accompagnamento concernenti, ad esempio, il completamento del mercato unico, il finanziamento della ricerca e dell’innovazione nonché il miglioramento dell’accesso delle società dell’UE ai mercati mondiali (ec.europa.eu/europe2020/).

Europa 2020 fa seguito alla strategia di Lisbona, che ha ottenuto risultati solo modesti soprattutto a causa del debole sistema di governance, della mancanza di chiari obiettivi e delle carenze di comunicazione (cfr. l’articolo La strategia di Lisbona cinque anni dopo nel numero di luglio 2005 del Bollettino mensile). La nuova strategia si propone di ovviare a questi inconvenienti, principalmente attribuendo al Consiglio europeo un ruolo incisivo nel promuovere l’attuazione del programma di riforme e rafforzando la sorveglianza sulle politiche di riforma degli Stati membri.

Nuovo quadro di governance economica

In risposta alla crisi economica e finanziaria, il Consiglio e il Parlamento europeo hanno adottato nel 2011 un pacchetto legislativo volto a rafforzare il quadro di governance economica dell’UE (per una valutazione complessiva formulata dalla BCE, cfr. l’articolo La riforma della governance economica nell’area dell’euro: elementi essenziali nel numero di marzo 2011 del Bollettino mensile).

Patto di stabilità e crescita

Solide finanze pubbliche aiutano a conseguire altri importanti obiettivi di politica economica, come una crescita vigorosa e sostenibile, e quindi a creare posti di lavoro. La disciplina di bilancio, inoltre, agevola il compito della banca centrale di preservare la stabilità dei prezzi (cfr. l’articolo Una sola politica monetaria e numerose politiche di bilancio: come assicurare il regolare funzionamento dell’UEM nel numero di luglio 2008 del Bollettino mensile).

Per questi motivi gli Stati membri devono, ai sensi del Trattato, evitare disavanzi eccessivi (articolo 126 del TFUE). Il Patto di stabilità e crescita (PSC), adottato nel 1997, rafforza le disposizioni del Trattato sulla disciplina di bilancio istituendo una procedura di sorveglianza multilaterale costituita da un meccanismo preventivo e un meccanismo correttivo (cfr. l’articolo I dieci anni del Patto di stabilità e crescita nel numero di ottobre 2008 del Bollettino mensile).

Il meccanismo preventivo si basa sulla sorveglianza sistematica delle finanze pubbliche nazionali. La Commissione e il Consiglio dell’UE valutano ogni anno i programmi di stabilità presentati dai paesi appartenenti all’area dell’euro e i programmi di convergenza degli Stati membri che non ne fanno parte. In questi documenti si descrivono gli andamenti economici e di bilancio relativi a ciascun paese e sono fissati un obiettivo a medio termine per la politica di bilancio nonché un percorso di avvicinamento a tale obiettivo. La Commissione può rivolgere un avvertimento nei confronti di uno Stato membro che rischia di non ottemperare agli impegni assunti nell’ambito del PSC.

Se uno Stato membro disattende i propri obblighi, viene attivata una procedura per i disavanzi eccessivi in base al meccanismo correttivo del PSC. Il Consiglio dell’UE adotta raccomandazioni per lo Stato membro interessato, fissando in particolare un termine ultimo per la correzione del disavanzo, tiene sotto osservazione l’attuazione delle proprie raccomandazioni e abroga la decisione sull’esistenza di un disavanzo eccessivo quando questo è corretto. Se lo Stato membro non si attiene alle disposizioni, è prevista una serie di azioni ulteriori, che vanno da un inasprimento della sorveglianza e degli obblighi di informazione all’imposizione di sanzioni finanziarie. Lo Stato membro interessato può prendere parte alle discussioni in seno al Consiglio dell’UE sulle raccomandazioni necessarie ma, in linea con il Trattato di Lisbona, senza diritto di voto.

Alla luce dell’esperienza acquisita dopo l’introduzione dell’euro, le disposizioni del PSC non sono riuscite a instaurare un grado sufficiente di disciplina di bilancio in diversi Stati membri. Ciò nonostante e malgrado il parere contrario della BCE, nel 2005 è stata approvata una riforma del PSC che ha introdotto maggiore flessibilità nelle procedure. Quanto al meccanismo preventivo, la riforma ha consentito una maggiore discrezionalità nella fissazione dell’obiettivo di medio termine per la stabilità dei conti pubblici nonché nei progressi da compiere in tale direzione (cfr. di seguito). Per quanto concerne il meccanismo correttivo, le nuove norme hanno ampliato il ricorso alla discrezionalità per la determinazione di un disavanzo eccessivo e le scadenze procedurali sono state estese (cfr. l’articolo La riforma del Patto di stabilità e crescita nel numero di agosto 2005 del Bollettino mensile).

Sulla scorta degli insegnamenti tratti dalla crisi economica e finanziaria, il PSC ha subito nel 2011 un’ulteriore modifica nell’ambito di una riforma più ampia intesa a rafforzare la governance economica. Un’innovazione degna di nota tesa a rafforzare il Patto risiede nel fatto che le procedure decisionali sono diventate più automatiche attraverso l’introduzione della votazione a maggioranza qualificata inversa: alcune raccomandazioni della Commissione saranno considerate adottate a meno che il Consiglio le respinga a maggioranza qualificata entro un termine prefissato. Inoltre, si è attribuita maggiore importanza al criterio del debito pubblico e alla sostenibilità delle finanze pubbliche nel lungo periodo. Sono peraltro state introdotte sanzioni finanziarie e politiche con maggiore anticipo e gradualità, per favorire l’osservanza delle disposizioni da parte degli Stati membri.

Sebbene questi provvedimenti compiano un passo nella giusta direzione, la riforma avrebbe dovuto spingersi oltre. In particolare, la BCE si rammarica che sia stato solo in parte realizzato uno degli aspetti essenziali del salto di qualità proposto: una maggiore automaticità nei processi decisionali attraverso il ricorso alla votazione a maggioranza qualificata inversa nella massima misura possibile.

Quadro di sorveglianza macroeconomica

Nell’ambito della riforma del 2011 per il rafforzamento della governance economica, il Consiglio e il Parlamento europeo hanno adottato un nuovo quadro di sorveglianza macroeconomica. Questa nuova procedura intende individuare e fronteggiare gli squilibri macroeconomici e la perdita di competitività. Andrà quindi a integrare il processo di sorveglianza dei paesi attualmente previsto dalla strategia Europa 2020, che si incentra sulla promozione di una crescita e di un’occupazione sostenibili e socialmente solidali. Il nuovo meccanismo, dotato di un sistema preventivo e correttivo, si applica a tutti i 27 Stati membri dell’UE.

Il sistema preventivo si basa su un meccanismo di allerta concepito per individuare gli squilibri in una fase iniziale. Più specificamente, all’inizio di ciascun semestre europeo (cfr. di seguito) la Commissione valuterà i risultati conseguiti dagli Stati membri a fronte di un quadro di valutazione costituito da indicatori macroeconomici allo scopo di individuare l’esistenza, o il rischio, di squilibri macroeconomici. I risultati del quadro di valutazione e l’analisi saranno pubblicati in un rapporto. Qualora rilevi indicazioni di squilibri macroeconomici significativi in uno Stato membro, la Commissione condurrà un esame ampio e approfondito degli andamenti economici, finanziari e della finanza pubblica nel paese in questione. Su tale base, il Consiglio potrà rivolgere le necessarie raccomandazioni allo Stato membro interessato.

Se nel corso del suo esame la Commissione individua squilibri macroeconomici eccessivi, può proporre di avviare la “procedura per gli squilibri macroeconomici” nell’ambito del sistema correttivo del quadro di sorveglianza macroeconomica. Il Consiglio formulerà raccomandazioni di politica economica al paese sottoposto a una procedura per gli squilibri eccessivi, il quale a sua volta dovrà presentare un piano di azione correttivo in cui sono esposte le politiche nazionali in risposta alla raccomandazione del Consiglio. L’attuazione di tale piano da parte dello Stato membro in questione sarà quindi soggetta all’attento monitoraggio della Commissione e del Consiglio, processo che comprenderà rapporti sullo stato di avanzamento dei lavori e missioni di sorveglianza. In caso di inosservanza delle raccomandazioni, è previsto un meccanismo sanzionatorio, ispirato alla procedura per i disavanzi eccessivi nell’ambito della sorveglianza dei conti pubblici.

La BCE esprime grande soddisfazione per la creazione di un nuovo quadro di sorveglianza macroeconomica che colma un’importante lacuna nell’assetto di governance dell’UEM. Per riuscire a correggere squilibri e vulnerabilità in una fase iniziale, l’efficacia del nuovo meccanismo non deve tuttavia risultare indebolita dalla sua ampia portata, anche in termini di indicatori impiegati.

Semestre europeo

A partire dal 2011 la sorveglianza esercitata dall’UE sulle politiche economiche degli Stati membri è stata organizzata su base annua tramite il semestre europeo. Questo processo, che si svolge durante la prima metà dell’anno, è stato introdotto per meglio allineare la sorveglianza dell’UE sulle politiche economiche a quella sulle politiche di bilancio, due procedure tuttora giuridicamente distinte. Poiché consente di valutare contemporaneamente le politiche macroeconomiche e di bilancio a fronte degli Orientamenti integrati, dovrebbe assicurare una maggiore coerenza tra le diverse attività di sorveglianza in termini di direzione delle politiche e segnalazione. Inoltre, nell’ambito del semestre europeo, la sorveglianza per singolo paese è integrata da quella per tema, che si incentra sui progressi compiuti nel settore delle riforme strutturali più ampie convenute nel quadro della strategia Europa 2020.

Il “semestre nazionale” si tiene nella seconda metà dell’anno, quando gli Stati membri completano i bilanci nazionali e attuano le misure di politica economica concordate durante il semestre europeo.

Sebbene sia prematura una valutazione esaustiva dell’efficacia del semestre europeo ai fini di una migliore conduzione delle politiche di bilancio e strutturali negli Stati membri, il quadro di riferimento può contribuire a un approccio di politica economica più integrato e coerente.

Patto euro plus

Al vertice dell’11 marzo 2011 i leader dei paesi dell’area dell’euro hanno adottato un Patto per l’euro. Questo si propone di consolidare il pilastro economico dell’UEM ampliando ulteriormente il coordinamento delle politiche economiche a settori che ricadono nella competenza nazionale, riguardanti soprattutto la competitività, l’occupazione e la sostenibilità a lungo termine delle finanze pubbliche. Dal momento che il patto è aperto agli Stati membri che non fanno parte dell’area dell’euro, vi hanno aderito anche Bulgaria, Danimarca, Lettonia, Lituania, Polonia e Romania: di qui, la sua nuova denominazione “Patto euro plus”.

Il patto incorpora gli strumenti esistenti di coordinamento delle politiche economiche, in particolare la strategia Europa 2020, ed è coerente con il mercato unico. Gli Stati membri partecipanti si sono impegnati a compiere uno sforzo straordinario e ad adottare azioni concrete più ambiziose di quelle già convenute. Il patto rientra nel semestre europeo e gli impegni assunti a livello nazionale sono verificati ogni anno dai capi di Stato o di governo.

Dimensione dell’area dell’euro nel coordinamento delle politiche economiche

Gli effetti di propagazione potenzialmente rilevanti in un’unione monetaria (cfr. paragrafi precedenti) esigono un coordinamento particolarmente stretto delle politiche economiche da parte dei paesi dell’area dell’euro. Questa dimensione peculiare dell’area dell’euro è riconosciuta nel Trattato di Lisbona, che comprende un nuovo capo dedicato alle “disposizioni specifiche agli Stati membri la cui moneta è l’euro”. Il Protocollo sull’Eurogruppo, allegato al Trattato, fa esplicito riferimento all’esigenza “di sviluppare un coordinamento sempre più stretto delle politiche economiche” nell’area dell’euro, in modo da favorire le condizioni per una maggiore crescita economica nel complesso dell’UE.

Nel rispetto della dimensione specifica dell’area dell’euro, il Trattato di Lisbona prevede anche una modifica alle procedure di voto per le decisioni da assumere in relazione agli Indirizzi di massima per le politiche economiche e al PSC. Come già ricordato, solo i paesi dell’area dell’euro partecipano alle votazioni del Consiglio dell’UE relative a decisioni che li riguardano. Anche nei meccanismi correttivi del PSC e della procedura per gli squilibri eccessivi si riflette l’esigenza che i paesi dell’area siano particolarmente rigorosi nel rispettare le regole convenute, dal momento che solo per questi sono previste sanzioni finanziarie.

Un altro esempio della dimensione dell’area dell’euro nell’ambito del coordinamento delle politiche economiche è rappresentato dalle politiche di bilancio, per le quali i paesi dell’area hanno concordato di rafforzare la sorveglianza nel quadro dell’Eurogruppo. Più specificamente, l’Eurogruppo conduce una verifica intermedia annuale sull’adeguatezza delle politiche di bilancio nei paesi dell’area prima che i singoli progetti di bilancio siano sottoposti alla discussione dei parlamenti nazionali.

Tra i principali insegnamenti tratti dai primi dieci anni della moneta unica, il Consiglio Ecofin ha concluso nell’ottobre 2008 che la competitività nell’area dell’euro deve essere seguita con maggiore attenzione. L’Eurogruppo passa in rassegna regolarmente i mercati del lavoro, l’evoluzione della competitività e gli squilibri macroeconomici nell’area. Inoltre, i nuovi Orientamenti integrati adottati nell’ambito della strategia Europa 2020 comprendono linee guida dettagliate per i paesi dell’area in materia di squilibri macroeconomici.

Il rafforzamento della dimensione dell’area dell’euro nell’ambito del coordinamento delle politiche economiche ha compiuto ulteriori progressi al vertice del 26 ottobre 2011, quando i leader dell’area hanno deciso di riunirsi almeno due volte all’anno in un “Vertice euro” per formulare orientamenti strategici sulle politiche economiche e di bilancio nell’area dell’euro, in modo che la dimensione di quest’ultima possa essere tenuta in maggiore considerazione nelle politiche nazionali. Spingendosi ben oltre gli obblighi vigenti, si sono anche impegnati a intraprendere varie iniziative aggiuntive, come l’adozione di norme sul pareggio di bilancio (in termini strutturali), recependo il PSC nella legislazione nazionale preferibilmente a livello costituzionale o equivalente, e la consultazione della Commissione e degli altri paesi dell’area dell’euro prima di introdurre importanti piani di riforma delle politiche economiche o di bilancio che potrebbero avere effetti di propagazione (Dichiarazione del Vertice euro).

Inoltre, rispecchiando il ruolo centrale dell’Eurogruppo, della Commissione e della BCE nella gestione corrente dell’area dell’euro, si terranno incontri quanto meno mensili fra i presidenti del Vertice euro, della Commissione, dell’Eurogruppo e, facoltativamente, della BCE. In occasioni puntuali possono partecipare i presidenti delle tre autorità di vigilanza (cfr. Il ruolo della BCE nella nuova architettura per la vigilanza finanziaria) e il massimo esponente dell’EFSF/MES.

Secondo una nuova disposizione introdotta dal Trattato di Lisbona (articolo 136, paragrafo 1, del TFUE), i paesi dell’area dell’euro possono poi adottare misure intese a rafforzare il coordinamento e la sorveglianza della disciplina di bilancio e a definire orientamenti in materia di politica economica al fine di assicurare l’ordinato funzionamento dell’UEM. Tali misure, giuridicamente vincolanti per i paesi dell’area, devono essere coerenti con gli altri strumenti in vigore (come gli Orientamenti integrati e il PSC). La Commissione è stata invitata dai leader dell’area dell’euro a presentare proposte sulle modalità di attuazione di questo articolo.

Gestione delle crisi e Meccanismo europeo di stabilità

Il 28 e 29 ottobre 2010 il Consiglio europeo ha deciso di istituire un meccanismo permanente per la gestione delle crisi inteso a salvaguardare la stabilità finanziaria nell’insieme dell’area dell’euro. La nascita del futuro Meccanismo europeo di stabilità (MES) è stata sancita formalmente alla riunione del Consiglio europeo tenutasi il 24 e 25 marzo 2011 nell’ambito di un insieme articolato di provvedimenti contro la crisi. L’adozione è seguita a una modifica limitata del TFUE, relativa all’articolo 136, con la quale si è consentito ai paesi dell’area dell’euro di istituire un meccanismo di stabilità attivabile, se necessario, per salvaguardare la stabilità nell’insieme dell’area dell’euro; l’assistenza finanziaria sarà concessa a condizioni rigorose.

Il MES dovrebbe entrare in vigore entro luglio 2012 con una capacità di prestito pari a 500 miliardi di euro e sostituire le misure temporanee quali la European Financial Stability Facility (EFSF) e il Meccanismo europeo di stabilizzazione finanziaria (MESF), introdotti in virtù delle decisioni del Consiglio Ecofin del 9 maggio 2010 per offrire sostegno agli Stati membri in difficoltà finanziarie.

Il MESF è stato istituito come meccanismo dell’UE la cui base giuridica è l’articolo 122 del TFUE, mentre l’EFSF nasce come meccanismo dell’area dell’euro fondato sull’articolo 122 del TFUE e su un accordo intergovernativo tra i paesi che la compongono. Insieme, i due meccanismi hanno una capacità di prestito potenziale pari a 500 miliardi di euro.

In occasione dei vertici dell’11 marzo e del 21 luglio 2011 i leader dell’area dell’euro hanno stabilito di aumentare la flessibilità dell’EFSF e del futuro MES consentendo loro di agire sulla base di un programma precauzionale, di sopperire alla ricapitalizzazione di istituzioni finanziarie e di intervenire nei mercati primario e secondario delle obbligazioni.

Il 26 ottobre i capi di Stato o di governo dell’area dell’euro hanno deciso di massimizzare le risorse a disposizione dell’EFSF, senza ampliare le garanzie sottostanti agli strumenti, mediante 1) l’offerta di sostegno al credito a favore dei nuovi titoli di debito emessi dagli Stati membri e/o 2) una combinazione di risorse provenienti da istituzioni finanziarie nonché investitori pubblici e privati, che possono confluire attraverso società veicolo. È possibile inoltre accrescere ulteriormente le risorse dell’EFSF mediante una collaborazione ancora più stretta con l’FMI.

La BCE è coinvolta in alcune delle operazioni del MESF, dell’EFSF e del futuro MES.

In primo luogo, di concerto con la Commissione europea e l’FMI, la BCE valuterà se sussista un rischio per la stabilità finanziaria dell’area dell’euro nel suo insieme; i propri esperti effettueranno peraltro un’analisi rigorosa della sostenibilità del debito. Gli interventi dell’EFSF e del MES nel mercato secondario delle obbligazioni saranno condotti sulla base di un rapporto della BCE.

Al pari della Commissione europea e dell’FMI, la BCE metterà anche a disposizione esperti incaricati di negoziare un programma di risanamento macroeconomico con lo Stato membro che richiede sostegno finanziario e di verificarne l’attuazione (cfr. l’articolo Il Meccanismo europeo di stabilità nel numero di luglio 2011 del Bollettino mensile).

Inoltre, nel dicembre 2011 la BCE ha deciso di assolvere il ruolo di agente per le attività svolte dall’EFSF nel mercato secondario.

Nota: la versione italiana del Bollettino mensile è disponibile sul sito Internet della Banca d’Italia.