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L’importanza di un allineamento tra le politiche per realizzare il nostro potenziale economico

5ª Conferenza annuale in memoria di Tommaso Padoa-Schioppa tenuta da Mario Draghi, Presidente della BCE, al Brussels Economic Forum 2016,
Bruxelles, 9 giugno 2016

In un intervento a Vienna la settimana scorsa ho spiegato perché la politica monetaria può fornire il livello appropriato di stimolo all’economia, anche in un contesto in cui i tassi di interesse sono prossimi al limite inferiore effettivo[1]. Dal momento che l’inflazione costituisce in definitiva un fenomeno monetario, una banca centrale determinata è sempre in grado di assolvere il proprio mandato e questo vale indipendentemente dall’intonazione delle altre politiche macroeconomiche.

Tuttavia, la politica monetaria non opera in modo isolato. La situazione delle banche centrali è meglio descritta come indipendenza nell’interdipendenza, poiché le altre politiche svolgono un ruolo molto importante. Possono sostenere oppure diluire gli effetti della nostra azione, rallentare oppure accelerare il ritorno alla stabilità e determinare se la stabilità sia accompagnata dalla prosperità, che ha diretta rilevanza per la coesione sociale dell’area dell’euro.

È di queste interazioni, e dei motivi della loro importanza, che vorrei parlare oggi.

Le interazioni fra le politiche nella stabilizzazione dell’economia

L’obiettivo della BCE è definito come un tasso di inflazione inferiore ma prossimo al 2% nel medio termine. Tuttavia, il medio termine non è un periodo di tempo prefissato. Di fronte a shock avversi, il ritmo al quale la politica monetaria può riportare l’inflazione verso l’obiettivo dipende da due fattori: la natura dello shock e le condizioni in cui operiamo.

Alcune tipologie di turbative deprimeranno inevitabilmente l’inflazione più a lungo di altre e rallenteranno il ritorno verso l’obiettivo. La recente successione di shock mondiali dal lato dell’offerta di petrolio costituisce un ottimo esempio a questo riguardo. In tale contesto il compito della politica monetaria non è contrastare gli shock a breve termine sui prezzi, bensì impedire che si trasmettano alla dinamica dell’inflazione sul più lungo periodo; in altri termini, consiste nel fare in modo che gli effetti degli shock sull’inflazione non perdurino più del necessario. Quando dunque parliamo di ricondurre l’inflazione verso il nostro obiettivo senza indebiti ritardi, intendiamo dire questo. Il ritorno alla stabilità dei prezzi non dovrebbe richiedere più tempo di quello implicito nella natura degli shock cui siamo posti di fronte.

Ciò non dipende però interamente dalle nostre azioni, in quanto entra in gioco il secondo fattore: le condizioni in cui operiamo. La politica monetaria può agire con decisione per sostenere la domanda, stabilizzare le aspettative di inflazione e scongiurare effetti di secondo impatto sui salari e sui prezzi, il che corrisponde esattamente a quanto ha fatto la BCE negli ultimi due anni[2]. Tuttavia, anche l’orientamento delle altre politiche influenza la velocità con cui il prodotto ritorna verso il suo livello potenziale. Se quindi le altre politiche non sono allineate con la politica monetaria, esiste il rischio che l’inflazione si riporti più lentamente verso il nostro obiettivo.

Diversi ambiti di policy svolgono un ruolo di rilievo a questo riguardo.

In primo luogo, perché la politica monetaria possa stimolare la domanda e l’inflazione, è fondamentale la capacità del sistema finanziario di trasmettere in modo efficiente i nostri impulsi all’economia. Nell’area dell’euro questo meccanismo di trasmissione è stato ripetutamente ostacolato in passato, inizialmente dalla crescita dei premi al rischio connessi ai timori ingiustificati circa la sopravvivenza dell’area dell’euro e successivamente dal diffuso processo di riduzione della leva finanziaria nel settore bancario[3]. Ciò ha diluito l’efficacia del nostro stimolo e allungato i tempi “lunghi e variabili” di azione della politica monetaria.

Abbiamo ovviato a questo problema definendo i nostri interventi in modo tale da eliminare i disturbi al meccanismo di trasmissione, oltre che includendo l’esame della qualità degli attivi nella valutazione approfondita dei bilanci delle banche avviata nel 2013. Entrambe le misure hanno contribuito ad allentare le condizioni di finanziamento, come emerge dalle nostre indagini sul credito bancario. Tuttavia, lo stock consistente di crediti deteriorati in alcune parti dell’area dell’euro mostra che i bilanci delle banche non sono stati ancora interamente risanati. Quindi occorrerà proseguire con lo smaltimento di queste attività deteriorate, a condizioni che dovranno essere definite con le opportune politiche e dalle autorità competenti.

In secondo luogo, è importante per la politica monetaria se la politica di bilancio indirizza la domanda aggregata nella medesima direzione e con quale intensità. La politica di bilancio è stata restrittiva per diversi anni nell’area dell’euro dopo la perdita di fiducia nel credito sovrano nel 2010; inoltre, l’effetto negativo sulla crescita è stato esacerbato dal fatto che in alcuni paesi il risanamento dei conti pubblici sia stato attuato principalmente attraverso aumenti delle imposte invece che riduzioni della spesa corrente[4]. Ciò ha collocato l’intero onere della stabilizzazione macroeconomica sulla politica monetaria e, in un contesto di trasmissione compromessa, ha determinato un ritorno più lento del prodotto verso il suo livello potenziale rispetto a uno scenario di politica fiscale maggiormente favorevole.

Per questo motivo la BCE ha affermato in numerose occasioni che la politica di bilancio dovrebbe operare con la politica monetaria, non contro di essa, e l’orientamento fiscale aggregato nell’area dell’euro è ora lievemente espansivo. Sostenere la domanda non è tuttavia una semplice questione di saldo, ma anche di composizione del bilancio, in particolare per quanto riguarda l’onere delle imposte e la quota di investimenti pubblici. Quindi dovremmo vedere la politica fiscale come uno strumento non solo macroeconomico, disponibile esclusivamente per i paesi con posizioni di bilancio solide, ma anche microeconomico in grado di stimolare la crescita persino quando le finanze pubbliche devono essere risanate.

In terzo luogo, è importante ai fini della politica monetaria che siano attuate politiche strutturali appropriate. Le riforme strutturali possono contribuire a limitare l’intensità e la durata degli shock e questo a sua volta sostiene l’ancoraggio delle aspettative di inflazione e mantiene i tassi di interesse reali su livelli contenuti[5]. Tali riforme possono anche ridurre il ritardo di trasmissione delle nostre misure, in quanto è verosimile che un’economia più flessibile e reattiva trasmetta gli impulsi di politica monetaria con maggiore rapidità[6]. Inoltre producono una crescita potenziale più sostenuta, che fa aumentare gli investimenti e di conseguenza il tasso reale di equilibrio. Ciò crea le condizioni per il ritorno della banca centrale a una politica convenzionale basata sui tassi di interesse come strumento per assicurare la stabilità dei prezzi.

Nell’area dell’euro sono state attuate numerose riforme strutturali negli ultimi anni, specialmente nei paesi più colpiti dalla crisi. I benefici sono ora visibili. Tuttavia, ne rimangono molti altri da perseguire e c’è ancora moltissimo da fare.

Infine, l’incertezza riguardo alla stabilità istituzionale dell’area dell’euro è altresì importante per la politica monetaria perché anch’essa può rallentare la trasmissione degli impulsi monetari. Le imprese che non hanno una visibilità sufficiente del contesto in cui opereranno negli anni a venire possono comprensibilmente scegliere di posticipare o persino di abbandonare i propri piani di investimento. Ciò vale in particolare nel caso in cui il rendimento di tali investimenti dipende in misura rilevante dalle dimensioni e dal grado di apertura del mercato offerto dall’area dell’euro e dall’Unione europea. Si tratta di un elemento emerso con chiarezza in passato quando il futuro dell’area dell’euro è stato messo in discussione.

Inoltre questa sorta di incertezza influisce non solo sulle imprese che mutuano fondi per finanziare gli investimenti reali, ma anche potenzialmente sul tasso di risparmio di imprese e famiglie poiché la percezione di un rischio più elevato può indurre ad aumentare il risparmio precauzionale. Ciò andrebbe evidentemente in direzione opposta agli sforzi della politica monetaria intesi a stimolare la crescita degli investimenti e dei consumi.

Quindi evidenzierò ancora una volta la fondamentale necessità di ripristinare chiarezza e fiducia nell’assetto istituzionale dell’area dell’euro. Sappiamo che l’assetto attuale è incompleto. Esiste un ampio consenso in merito alla natura delle sue lacune e sono state formulate numerose proposte per colmarle. Progressi in questo ambito sono necessari per il lungo periodo, ma rilevano anche nel breve termine per via del loro effetto sugli investimenti. Di fatto, forse il modo migliore per aumentare il prodotto oggi consiste nell’eliminare l’impatto negativo sulla fiducia derivante da tali incertezze.

In sintesi, esiste una forte interazione fra la politica monetaria e altre politiche che possono essere in linea di principio orientate verso obiettivi differenti. Tali interazioni non impediscono a una banca centrale determinata di raggiungere il proprio obiettivo, ma incidono sulla tempistica. Ciò vuol dire che tutti gli ambiti di policy hanno un ruolo da svolgere per assicurare un processo di stabilizzazione non più lento dello stretto necessario.

Di fatto tutti i responsabili delle politiche dovrebbero avere una forte motivazione ad agire in questo senso in quanto il fattore tempo conta. Un ritorno troppo lento del prodotto verso il suo livello potenziale è tutt’altro che innocuo. Al contrario, ha conseguenze economiche durevoli poiché può in definitiva determinare un’erosione del potenziale stesso.

È ben documentato ad esempio che un periodo di disoccupazione eccessivamente lungo può influire negativamente sui lavoratori per l’intero arco della loro vita in termini di minore occupabilità, ridotta produttività e redditi inferiori: la cosiddetta isteresi[7]. Ciò vale in particolare per i più giovani che si trovano a essere disoccupati negli importantissimi anni formativi della loro carriera e che possono quindi rimanere “segnati” da queste esperienze iniziali negative nel mercato del lavoro[8]. Nell’area dell’euro la disoccupazione strutturale è stata stimata in aumento durante la crisi e quella giovanile rimane elevata[9].

Esistono inoltre evidenze sempre più marcate del fatto che una crescita troppo a lungo inferiore al potenziale possa erodere quest’ultimo tramite l’effetto sull’incremento della produttività. Quando l’incertezza è elevata, un atteggiamento “attendista” può indurre le imprese più produttive a espandersi meno di quanto avrebbero fatto altrimenti e le meno produttive a ridimensionarsi meno del dovuto[10]. In altri termini, e contrariamente a quanto viene spesso affermato, una domanda troppo debole può rallentare la “distruzione creativa”, mentre una troppo vigorosa può accelerarla. Segnali di tali effetti si rilevano anche nell’area dell’euro[11].

Il costo del ritardo è rappresentato quindi da un impatto negativo sia sul lavoro sia sulla produttività e da una chiusura dell’output gap nella direzione “sbagliata”, con il potenziale che scende verso i livelli correnti del prodotto invece del prodotto che sale verso il suo livello potenziale.

È quindi di fatto nell’interesse di tutti agire senza indebiti ritardi. Per la BCE ciò vuol dire che non lasciamo l’inflazione al di sotto del nostro obiettivo per più tempo del necessario data la natura degli shock a cui siamo posti di fronte. Per altri significa adoperarsi al massimo al fine di assicurare il ritorno del prodotto verso il suo livello potenziale prima che una scarsa crescita provochi danni durevoli. Inoltre, comporta anche agire con decisione per aumentare la crescita potenziale dato che è già stata erosa durante la crisi.

Se il mantenimento del prodotto su livelli prossimi al potenziale dipende dalla giusta combinazione delle politiche, l’aumento del potenziale è soprattutto una questione di riforme strutturali. Ciò è in definitiva riconducibile a due fattori, l’occupazione e la produttività, e in entrambi gli ambiti esistono considerevoli margini per consentire all’area dell’euro di aumentare il prodotto intraprendendo con determinazione iniziative di riforma.

Aumentare la crescita potenziale

In termini di occupazione, sappiamo che l’area dell’euro si trova ad affrontare l’impatto frenante di lungo periodo esercitato da andamenti demografici sfavorevoli. Tuttavia, anche tenendo conto di tale aspetto, vedo considerevoli spazi per accrescere il prodotto nell’area sfruttando gli altri margini che determinano l’occupazione: in primo luogo riducendo il tasso di disoccupazione tendenziale, che rimane troppo elevato in numerosi paesi; in secondo luogo aumentando i tassi di partecipazione, che sono ancora inferiori agli standard internazionali in diverse giurisdizioni.

La riduzione della disoccupazione tendenziale passa in parte per un’inversione degli effetti di isteresi che ho descritto in precedenza. È tuttavia importante ricordare che la crisi ha solo peggiorato un quadro già preoccupante: la disoccupazione strutturale nell’area dell’euro era stimata a circa il 9% anche alla vigilia della crisi, contro appena il 5% negli Stati Uniti. Ciò è una conseguenza di caratteristiche strutturali dei mercati del lavoro nell’area che hanno fatto salire progressivamente la disoccupazione lungo cicli successivi[12]. Implica inoltre l’esistenza di un ampio potenziale latente nelle forze di lavoro dell’area dell’euro che può essere liberato con adeguate politiche del mercato del lavoro e di attivazione, e in misura superiore rispetto alle altre economie avanzate.

L’esperienza durante la crisi ha dimostrato come tali riforme possano funzionare. Si stima che quelle attuate dal Portogallo nel quadro del suo programma di aggiustamento abbiano ridotto la disoccupazione di circa 3 punti percentuali nel periodo 2011-2014[13]. Allo stesso modo, la riforma del mercato del lavoro introdotta in Spagna nel 2012 ha contribuito a sostenere la crescita dell’occupazione da allora[14]. Ciò dovrebbe incoraggiare i paesi che attuano le riforme a continuare ad adoperarsi in tal senso e vale in particolare per quelli in cui l’elevata disoccupazione perdura da tanto tempo che le è stato permesso di diventare una norma sociale.

Tuttavia la difficoltà consiste non solo nel reintegrare i disoccupati nel mercato del lavoro ma anche nell’accrescere le dimensioni delle forze di lavoro ed è qui che entra in gioco il tasso di partecipazione. L’area dell’euro figura piuttosto bene nei raffronti internazionali, ma il tasso di partecipazione rimane relativamente basso in alcuni Stati membri e la differenza tra il livello massimo e il minimo è di circa 15 punti percentuali. Ciò implica che esiste anche un potenziale latente di aumento dell’occupazione agendo su questo margine con le opportune politiche strutturali. Abbiamo ad esempio osservato un forte incremento del tasso di partecipazione dei lavoratori più anziani durante la crisi, per motivi in parte riconducibili alle riforme pensionistiche attuate in molti paesi dell’area[15].

Eppure, nonostante questa riserva inutilizzata per aumentare la crescita dell’occupazione, non possiamo evitare il fatto che con il tempo inizieranno a farsi sentire i limiti intrinseci di tale aumento derivanti dagli andamenti demografici sfavorevoli nell’area dell’euro. Si prevede che la popolazione dell’area in età lavorativa inizi a ridursi gradualmente nel prossimo decennio. In tale contesto è probabile che il tasso di incremento dell’occupazione inizi a scendere in un futuro non troppo lontano, anche in presenza di decise riforme strutturali, poiché una quota più elevata di occupati non sarà più in grado di compensare il minor numero di persone in età lavorativa. Anche l’atteso aumento dell’immigrazione non riuscirà verosimilmente a compensare per intero questo calo demografico naturale[16].

Le politiche pubbliche possono sicuramente contribuire a temperare questi effetti svolgendo il loro ruolo di accoglienza e integrazione degli immigrati. Tuttavia, poiché non possono fare molto per modificare le tendenze demografiche di lungo periodo, ne consegue che l’aumento della crescita a lungo termine richiederà in via complementare la realizzazione di guadagni di produttività.

Aumentare la produttività è difficile. Richiede una serie più ampia di riforme, che di norma incontrano maggiori resistenze da parte dei portatori di interessi acquisiti. È questo il motivo per cui molti paesi hanno ritenuto più facile riformare il mercato del lavoro rispetto ad altri ambiti durante la crisi, e di fatto i tentativi ripetuti fin dal volgere del secolo per rendere l’Europa “l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo” hanno prodotto solo magri risultati[17]. Date le deboli prospettive per la crescita dell’area dell’euro, tuttavia, non è più possibile rinviare le azioni volte a far fronte alla sfida della produttività.

In generale, la produttività aumenta attraverso due canali. Il primo è rappresentato dalla crescita interna alle imprese, che dipende dalla generazione e dalla diffusione di nuove tecniche gestionali e innovazioni. Il secondo è la crescita tra imprese, che dipende dal movimento delle risorse dalle imprese meno produttive a quelle più produttive. I risultati relativamente deboli dell’area dell’euro dipendono da entrambi i canali.

Gli indicatori relativi all’attività di ricerca e sviluppo mostrano che l’area dell’euro presenta un ritardo in termini di capacità innovativa, specialmente nel settore dei servizi. Di fatto la diffusione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione avrebbe contribuito molto meno che negli Stati Uniti all’aumento della produttività nel settore dei servizi e questo spiega buona parte della minore crescita della produttività nell’area dalla metà degli anni ’90[18].

Al tempo stesso l’occupazione nell’area dell’euro registra una riallocazione tendenziale dal settore manifatturiero a quello dei servizi e questo andamento è stato solo esacerbato dal profilo della creazione di posti di lavoro a partire dalla crisi[19]. Tali riallocazioni avvengono evidentemente in tutte le economie avanzate. Ciò nonostante, poiché la crescita della produttività nel settore dei servizi è spesso inferiore nell’area dell’euro, questo vincola maggiormente la nostra produttività aggregata.

Nondimeno, questo quadro non costituisce necessariamente un motivo di pessimismo.

Anzitutto sta a indicare che esiste un notevole spazio per un recupero della produttività attraverso l’adozione delle tecnologie digitali. L’acceso dibattito in corso tra gli economisti statunitensi circa la possibilità che le grandi ondate di innovazione tecnologica siano ormai esaurite è quindi, per il momento, meno rilevante[20]. Per l’area dell’euro la questione fondamentale consiste nell’individuare il modo per creare le condizioni alle quali più imprese possono avvicinarsi alla frontiera della produttività.

In aggiunta, la riallocazione tendenziale dal settore manifatturiero a quello dei servizi può essere coerente con un aumento della produttività se le risorse sono opportunamente allocate. Di fatto le differenze tra le imprese più e meno produttive all’interno di ciascun settore sono amplissime e ancora maggiori di quelle tra settori[21]. Ciò implica che, anche in un’economia orientata verso i servizi, è comunque possibile migliorare la produttività aggregata.

Pertanto l’area dell’euro si trova di fronte a una duplice sfida sul piano delle politiche: portare più imprese di ciascun settore verso la frontiera della produttività e fornire più lavoro e capitale a queste imprese produttive. Inoltre, un aspetto fondamentale è che questo favorirebbe non solo la crescita del prodotto ma anche l’occupazione e la parità salariale poiché il lavoro si concentrerebbe nelle imprese in crescita che al tempo stesso richiedono competenze di maggior valore.

Per ottenere questo risultato vi sono a mio parere tre priorità politiche.

La prima consiste nell’affrontare le barriere strutturali alla diffusione della conoscenza in Europa. Tra i numerosi ambiti interessati assumono particolare rilevanza le politiche che accrescono l’apertura del commercio e agevolano la partecipazione delle imprese alle catene produttive, come pure l’esistenza di un contesto economico competitivo che favorisce l’adozione di strutture organizzative e prassi gestionali ottimali[22]. La soluzione dai risultati immediati più efficace che potremmo adottare in questo caso consisterebbe nel completare il mercato unico, specie nel settore dei servizi, perché questo accelererebbe automaticamente la diffusione dalla frontiera europea dove già abbiamo molte industrie all’avanguardia a livello mondiale[23].

Per potersi integrare efficacemente nel mercato unico, tuttavia, le imprese devono essere in grado di crescere di scala ed è per questo che la seconda priorità consiste nel creare le condizioni alle quali le imprese più produttive possano espandersi rapidamente e attrarre risorse. Ciò dipende dal buon funzionamento dei mercati dei beni e servizi e del lavoro, da un sistema finanziario che incanala i capitali verso le imprese dinamiche e da politiche volte a evitare che le risorse rimangano intrappolate nelle imprese non produttive (ad esempio, normative fallimentari e sistemi giudiziari efficienti). Cambiamenti di questa natura creano opportunità, ma possono anche essere percepiti come una minaccia per i singoli lavoratori. Per questo motivo servono anche reti di sicurezza sociale adeguate.

Questa è anche la ragione per cui la terza priorità è rappresentata dal miglioramento del capitale umano. Ciò andrebbe a beneficio dei lavoratori, che percepirebbero salari più alti grazie a competenze più consone. Costituirebbe inoltre un vantaggio per le imprese produttive, in quanto ridurrebbe il disallineamento delle competenze che ne limita la crescita[24]. I progressi in questo ambito dipendono principalmente dall’istruzione, ma anche riforme del mercato del lavoro volte ad esempio a introdurre programmi di formazione permanente e a rimuovere le dualità presenti nei vari mercati del lavoro potrebbero fornire un contributo importante, ad esempio offrendo ai lavoratori sia più giovani sia più maturi maggiori possibilità di acquisire esperienza e accedere a percorsi formativi, che favoriscono in entrambi i casi la crescita della loro produttività individuale.

In definitiva, gli investimenti in capitale umano sono l’ingrediente fondamentale per una crescita al tempo stesso più robusta e più inclusiva. Inoltre, con il tempo tali investimenti aiuterebbero l’area dell’euro non solo a convergere verso la frontiera della produttività ma anche a spostarla più avanti.

Ogni paese, naturalmente, ha le proprie difficoltà. Tuttavia, poiché pochi Stati membri dell’area dell’euro registrano tassi elevati di incremento della produttività, ci sono pochi dubbi quanto alla possibilità di compiere progressi quasi ovunque. È uno dei motivi per cui la recente Relazione dei cinque presidenti ha auspicato un nuovo processo di convergenza tra i paesi dell’area, avvicinandoli tutti verso le migliori prassi in materia di riforme strutturali[25]. Risulta ora cruciale che si raggiunga un consenso su quali riforme sono necessarie e come dovrebbero essere attuate nei singoli paesi, e successivamente che si avvii il processo.

Conclusioni

Vi sono molte ragioni politiche comprensibili per ritardare l’attuazione delle riforme strutturali, ma poche valide sul piano economico. Il costo di un rinvio è semplicemente troppo elevato.

Date le interazioni tra le politiche che ho descritto in precedenza è nell’interesse di tutti che i vari filoni si sostengano a vicenda, se non altro perché questo abbrevierebbe i tempi necessari a ciascuno per produrre i propri effetti. Inoltre ciò vorrebbe dire che possiamo riportare la crescita verso il suo livello potenziale prima che quest’ultimo venga eroso.

Di tutti i modi per accelerare la realizzazione del nostro potenziale economico, forse il più semplice consiste nell’eliminare le incertezze che ostacolano le decisioni di lungo periodo e frenano gli investimenti. Parlando qui a Bruxelles, non posso che sottolineare in questo contesto i costi di rinviare la riforma della governance dell’Unione europea e dell’area dell’euro sulla cui necessità sono tutti d’accordo e, alla stessa stregua, lo stimolo alla prosperità e alla stabilità che deriverebbe dal dissipare tali incertezze senza indebiti ritardi.



[1]Draghi, M. (2016), Assolvere un mandato simmetrico con strumenti asimmetrici: la politica monetaria in un contesto di tassi di interesse bassi, intervento alle celebrazioni per il bicentenario della Oesterreichische Nationalbank, Vienna, 2 giugno 2016.

[2]Per un’illustrazione più approfondita di questo punto, cfr. Praet, P. (2016), The ECB’s fight against low inflation: reasons and consequences, intervento tenuto alla LUISS School of European Political Economy, Roma, 4 aprile 2016

[3]Per riscontri sulla compromissione del meccanismo di trasmissione della politica monetaria, cfr. Ciccarelli, M., Maddaloni, A., e Peydró, J.-L. (2013), “Heterogeneous transmission mechanism: monetary policy and financial fragility in the Eurozone “, Economic Policy, vol. 28, numero 75, luglio 2013.

[4]Per riscontri sull’impatto della composizione delle misure di risanamento dei conti pubblici sul prodotto, cfr. Alesina, A., Favero, C., e Giavazzi, F. (2014), “The output effect of fiscal consolidation plans “, Journal of International Economics, di prossima pubblicazione.

[5]Per un approfondimento della materia, cfr. Cœuré, B. (2014), Structural reforms: learning the right lessons from the crisis, intervento tenuto in occasione dell’Economic Conference 2014 organizzata dalla Banca centrale lettone, Riga, 17 ottobre 2014.

[6]Per una trattazione più dettagliata di questo punto, cfr. Draghi, M. (2015), Riforme strutturali, inflazione e politica monetaria, intervento introduttivo in occasione dell’ECB Forum on Central Banking, 22 maggio 2015.

[7]Per maggiori informazioni su questo fenomeno, cfr. Ball, L. (2009), “Hysteresis in unemployment: old and new evidence “, NBER Working Paper, n. 14818, marzo 2009.

[8]Cfr. ad esempio Arulampalam, W., Gregg, P., e Gregory M. (2001), “Unemployment scarring “, The Economic Journal, vol. 111, novembre 2001.

[9]La Commissione europea stima la disoccupazione strutturale nell’area dell’euro pari al 9,7% nel 2016.

[10]Cfr. ad esempio Riley, R., Rosazza-Bondibene, C. e Young, G. (2015), “The UK productivity puzzle 2008–13: evidence from British businesses “, Bank of England Staff Working Paper, n. 531. Cfr. anche Bloom, N., Floetotto, M., Jaimovich, N., Saporta-Eksten I., e Terry, S.J. (2014) “Really Uncertain Business Cycles “, mimeo, Stanford University.

[11]Gamberoni E., Giordano, C., e Lopez-Garcia, P. (2016), “Capital and labour (mis)allocation in the euro area: some stylised facts and possible determinants “, mimeo, BCE.

[12]Cfr. Anderton, B. et al (2015), “Comparisons and contrasts of the impact of the crisis on euro area labour markets “, Occasional Paper della BCE, n. 159, febbraio 2015. Tale fenomeno era già stato rilevato in Blanchard, O. e Wolfers, J., “The Role of Shocks and Institutions in the Rise of European Unemployment: the Aggregate Evidence “, NBER Working Paper, n. 7282, 1999.

[13]Vansteenkiste, I. (2016), Did the Crisis permanently Scar the Portuguese Labour Market?: Evidence from a Markov-Switching Beveridge Curve Analysis, di prossima pubblicazione.

[14]OCSE (2013), “The 2012 Labour Market Reform in Spain: A Preliminary Assessment “.

[15]Cfr. Anderton, B. et al (2015), ibid.

[16]Commissione europea (2015), 2015 Ageing Report.

[17]Consiglio europeo di Lisbona, 23-24 marzo 2000, Conclusioni della Presidenza.

[18]Bloom, Sadun, e Van Reenen (2012), “Americans do IT better “, American Economic Review, 102,1.

[19]BCE (2015), “I fattori alla base del recente recupero dell’occupazione nell’area dell’euro “, Bollettino economico, n. 8/2015.

[20]Cfr. ad esempio Gordon, R.J. (2016), “The Rise and Fall of American Growth: The U.S. Standard of Living since the Civil War, Princeton U.P.

[21]Syverson, C., (2011), “What Determines Productivity? “, Journal of Economic Literature, 49(2): 326-65.

[22]OCSE (2015), The Future of Productivity.

[23]Cœuré, B. (2014), ibid.

[24]Anderton, B. et al (2015), ibid.

[25]Juncker, J.-C. et al, Completare l’Unione economica e monetaria dell’Europa, giugno 2015.

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