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Politica monetaria, flussi creditizi e piccole e medie imprese

Discorso di Lorenzo Bini Smaghi, Membro del Comitato esecutivo della BCE
San Casciano Val di Pesa, 18 ottobre 2009

Desidero innanzitutto ringraziare gli organizzatori per avermi offerto, con questo invito, l’opportunità di parlare di politica monetaria, evoluzione del credito e situazione delle piccole e medie imprese nell’area dell’euro.

Vorrei trattare, nell’ordine, i seguenti argomenti. Dopo un breve accenno all’importanza delle PMI nell’area dell’euro, vorrei esaminare la situazione del settore bancario e fornire alcuni elementi riguardo al processo di ristrutturazione delle banche nell’area. Prenderò quindi in esame l’evoluzione del credito bancario nell’area dell’euro, per poi analizzare alcuni riscontri diretti riguardanti l’accesso al credito per le PMI, quali emergono da un’indagine recentemente predisposta dalla BCE. Concluderò con alcune considerazioni in merito alle prospettive economiche e al ruolo che la politica monetaria può svolgere in questo contesto.

In breve, le conclusioni principali sono le seguenti. Innanzitutto, la situazione del settore bancario dell’area dell’euro è migliorata durante la prima metà del 2009. Tuttavia, permangono alcuni rischi non trascurabili, alcuni dei quali potrebbero essere addirittura aumentati. Secondo, il volume di prestiti concessi dalle banche al settore privato non finanziario è stato modesto negli ultimi mesi. Tuttavia, data la gravità e la durata della crisi in atto, questo andamento non risulta particolarmente fuori linea rispetto alle regolarità empiriche verificate in connessione con i precedenti cicli economici. Terzo, l’indagine sulle PMI indica che, sebbene abbiano avuto minore successo rispetto alle grandi imprese per quanto riguarda l’esito delle loro richieste presentate alle banche nella prima metà del 2009, la maggior parte delle PMI ha ricevuto, per intero o in parte, l’ammontare richiesto. Quarto, è presumibile che i prestiti alle imprese non finanziarie rimangano modesti nei prossimi mesi; ciò sarebbe coerente con l’evidenza passata, dalla quale si evince che l’andamento di tali prestiti tende a seguire quello del PIL con qualche trimestre di ritardo. Quinto, la BCE ha introdotto numerose misure, anche straordinarie, per sostenere l’economia dell’area dell’euro in generale, e il settore bancario in particolare. È difficile che possa fare di più. Sta ora al settore bancario mettere in atto quel processo di ricapitalizzazione necessario per ripristinare la fiducia e sostenere la crescita.

L’importanza delle PMI nell’area dell’euro

Vorrei cominciare col sottolineare la rilevanza delle piccole e medie imprese nell’area dell’euro. Le PMI ( generalmente definite come imprese con meno di 250 dipendenti ( rivestono un ruolo di grande importanza: costituiscono oltre il 99% delle imprese e, nel settore delle società non finanziarie, producono il 60% del fatturato e occupano il 70% dei lavoratori dipendenti. Le attività che svolgono sono essenziali per promuovere l’imprenditorialità, la concorrenza, l’innovazione e la crescita.

L’analisi del settore è importante per la BCE in quanto le PMI si differenziano dalle grandi imprese per quel che riguarda i meccanismi di trasmissione della politica monetaria, soprattutto per la loro maggiore dipendenza dal finanziamento bancario, rispetto alle grandi imprese. Ne consegue che le condizioni finanziarie applicate nei loro confronti sono particolarmente legate alla situazione del settore bancario e, soprattutto alle banche di piccole dimensioni, che costituiscono il loro principale canale di finanziamento. D’altro canto, le banche incontrano più difficoltà nel valutare il merito di credito delle PMI. Questa relativa opacità può essere in qualche misura compensata dal cosiddetto “rapporto di clientela”, che permette alla banca di acquisire nel tempo una buona conoscenza dell’attività e della situazione finanziaria del mutuatario.

Il sistema bancario nell’area dell’euro

Prima di esaminare in maggiore dettaglio l’accesso delle PMI al finanziamento bancario, vorrei descrivere la situazione del sistema bancario. Mi concentrerò sulla riduzione della leva finanziaria messa in atto dalle banche negli ultimi trimestri e sugli effetti che ne derivano per la redditività e per i coefficienti patrimoniali. Metterò inoltre a confronto le grandi banche e quelle di dimensioni medio-piccole sotto il profilo del comportamento creditizio.

Da quando hanno avuto inizio le turbolenze finanziarie, nel terzo trimestre del 2007, le banche hanno ridimensionato i loro investimenti in attività finanziarie, come illustrato dal Grafico 1. Ciò è in netto contrasto con il forte accumulo di tali attività registrato nel periodo precedente e riflette la correzione dei bilanci bancari nel contesto della generale riduzione della leva finanziaria. La minore crescita dell’attivo sul trimestre corrispondente è stata più visibile per i depositi e i prestiti a breve termine, nonché per le attività liquide quali i titoli azionari e le quote di fondi comuni di investimento. La brusca contrazione dei depositi interbancari è principalmente riconducibile al congelamento del mercato interbancario dopo l’avvio delle turbolenze; in tale contesto, le istituzioni finanziarie monetarie (IFM) dell’area dell’euro hanno ritirato i depositi a breve termine costituiti presso le banche. Inoltre, gli istituti bancari dell’area dell’euro hanno ridimensionato i depositi detenuti presso altre controparti esterne all’area. Oltre a ridurre le attività sull’estero, le banche hanno inizialmente diminuito gli investimenti in attività negoziabili. Il tasso di crescita dei prestiti a lungo termine ha invece evidenziato una tenuta, per motivi in parte connessi al “rapporto di clientela”. Gli investimenti delle banche in titoli di debito a lunga scadenza hanno persino registrato un’accelerazione agli inizi del 2009; le IFM hanno infatti intensificato gli acquisti di titoli di Stato a fronte della generosa offerta di liquidità, in un contesto di maggiore avversione al rischio.

Sebbene la minore crescita dell’attivo limiti, in linea di principio, la capacità delle banche di generare utili, nella prima metà del 2009 ci sono stati altri fattori che hanno contribuito a migliorare notevolmente la redditività dei grandi gruppi bancari nell’area dell’euro. Il fattore principale è rappresentato dagli interessi attivi, derivanti dall’inclinazione positiva della curva dei rendimenti, e dall’ampliamento dei margini operativi. Inoltre, i proventi dall’attività di negoziazione hanno messo a segno sostanziali recuperi, in connessione con la ripresa dei mercati finanziari dopo il primo trimestre del 2009. Infine, i ricavi da provvigioni e commissioni hanno evidenziato una notevole tenuta durante l’intera fase di turbolenza finanziaria.

Al contempo, permangono rischi significativi, alcuni dei quali potrebbero persino essere aumentati. In primo luogo, la minore crescita delle attività detenute dalle banche dell’area dell’euro limita la loro capacità futura di generare proventi da interessi e investimenti. In secondo luogo, il deterioramento della qualità creditizia dei mutuatari può influire negativamente sulla capacità futura delle banche di produrre utili. Di fatto, se da un lato appare che i grandi gruppi bancari complessi stiano gradualmente riassorbendo le minusvalenze subite sui loro portafogli titoli (riconducibili in parte alla riclassificazione delle attività), dall’altro essi hanno segnalato una forte espansione degli accantonamenti ai fondi rischi su crediti.

Passerei ad esaminare i coefficienti patrimoniali. La ripresa degli utili dei grandi gruppi bancari complessi dell’area dell’euro, la minore crescita dell’attivo, sia totale sia ponderato per il rischio, e gli aumenti di capitale da fonti pubbliche e private hanno contribuito a determinare una relativa stabilità del coefficiente patrimoniale rappresentativo dell’istituto bancario medio. Si riscontra tuttavia una notevole differenza tra gruppi. Un elemento in qualche modo rassicurante è che le istituzioni con i maggiori accantonamenti ai fondi rischi su crediti sembrano avere anche margini patrimoniali più elevati. Ciò potrebbe mitigare i rischi di solvibilità derivanti da un futuro deterioramento della qualità dell’attivo.

Le banche per dimensioni

In questo contesto, non sorprende che durante le recenti turbolenze finanziarie i vincoli di bilancio delle banche abbiano assunto maggiore rilevanza, e prodotto un inasprimento dei criteri di erogazione dei prestiti, come si evince dal Grafico 2.

L’indagine sul credito bancario nell’area dell’euro, da cui provengono queste informazioni, distingue anche tra grandi banche e istituti di minori dimensioni. Tenuto conto in particolare della maggiore rilevanza delle banche medio-piccole nel finanziamento delle PMI, è interessante disaggregare i prestiti bancari concessi nell’area dell’euro in base alle dimensioni degli istituti. Dalla metà del 2007, e soprattutto nella fase iniziale delle turbolenze finanziarie, le grandi banche hanno nel complesso inasprito i criteri per la concessione di prestiti alle imprese in misura lievemente superiore rispetto alle banche medio-piccole. L’inasprimento è in gran parte ascrivibile alle prospettive economiche generali e a quelle specifiche delle singole imprese, sia in Italia sia nell’insieme dell’area dell’euro.

Durante queste turbolenze, il deterioramento dell’accesso al finanziamento sul mercato dei capitali ha contribuito in misura rilevante all’inasprimento dei criteri di erogazione del credito. Ciò ha inciso molto di più sulle grandi banche, poiché quelle di dimensioni più ridotte fanno un minore ricorso al mercato dei capitali come canale di finanziamento. Anche le difficili condizioni di liquidità dei mercati hanno influito in misura lievemente superiore sugli istituti di grandi dimensioni, forse perché il mercato monetario rappresenta una quota più significativa del loro finanziamento totale. L’insieme di questi fattori può spiegare il maggiore inasprimento netto dei criteri di erogazione del credito applicati dalle grandi banche, rispetto a quelli delle banche medio-piccole.

In ogni caso, entrambe le tipologie di banche hanno inasprito i criteri di concessione del credito alle grandi imprese in manera maggiore rispetto alle PMI. Sebbene questo valga in particolare per la fase iniziale delle turbolenze finanziarie, nel secondo trimestre del 2009 le grandi imprese registravano ancora livelli di inasprimento netto lievemente superiori alle PMI. Ciò potrebbe apparire sorprendente, data la percezione generale che l’accesso al credito sia di recente diventato più difficile soprattutto per le PMI.

Anche in Italia, l’inasprimento netto dei criteri di concessione del credito è stato superiore per le grandi imprese. Questo indica che sia le grandi banche sia le grandi imprese, per le quali il ricorso al mercato è maggiore, hanno inizialmente risentito delle turbolenze finanziarie più intensamente delle banche di minori dimensioni e delle PMI.

A partire dal secondo trimestre del 2008, tuttavia, le differenze di comportamento tra le diverse tipologie di banche nell’erogazione di credito si sono ridotte. Ciò indica probabilmente che la recessione economica è diventata un fattore determinante per l’inasprimento generale dei criteri di valutazione del merito di credito delle aziende. .

Passerei ora a descrivere come le banche hanno inasprito i criteri di concessione dei prestiti. Sia i grandi istituti bancari sia quelli di dimensioni minori hanno prevalentemente agito ampliando i margini sui prestiti. In Italia la variazione netta dei margini sui prestiti medi è stata in linea con l’insieme dell’area dell’euro.

Nel complesso dell’area dell’euro, le grandi banche hanno accresciuto i margini sui finanziamenti alle imprese in misura lievemente maggiore rispetto agli istituti medio-piccoli, in linea con il più accentuato inasprimento netto dei criteri di erogazione del credito. L’incremento dei margini è stato particolarmente pronunciato nel 2008, mentre è risultato inferiore nel 2009, come si può notare dal Grafico 3. Oltre ad ampliare i margini sui prestiti, le banche hanno notevolmente inasprito anche i termini e le condizioni non inerenti al tasso di interesse. Cito ad esempio la crescente richiesta di garanzie e particolari clausole contrattuali, nonché l’aumento degli oneri diversi dai tassi di interesse.

Ciò è in linea con quanto emerge da un’indagine sull’accesso al credito per le PMI dell’area dell’euro, su cui mi soffermerò più avanti. Vorrei però menzionare fin d’ora i risultati di questa indagine, per quanto riguarda l’evoluzione dei termini e delle condizioni dei prestiti bancari nella prima metà del 2009. L’indagine sul credito bancario e quella sull’accesso al credito per le PMI tracciano infatti un quadro complessivo analogo.

Per la prima metà del 2009 le PMI dell’area dell’euro indicano, in particolare, un deterioramento dei termini e delle condizioni non inerenti al tasso di interesse (quali gli oneri, le commissioni e le provvigioni). Una considerevole percentuale netta di PMI ha inoltre rilevato un aumento delle richieste di garanzie e di altri termini e condizioni non inerenti al prezzo, ad esempio particolari clausole contrattuali e requisiti di informazione. Il deterioramento segnalato a questo riguardo è stato, in termini netti, molto superiore a quello menzionato per i tassi di interesse. Le PMI italiane hanno anch’esse indicato un inasprimento dei termini e delle condizioni non inerenti al tasso di interesse, ma – diversamente dall’evoluzione osservata in media per l’intera area dell’euro – hanno riscontrato una lieve diminuzione dei tassi di interesse. Indicazioni di un calo dei tassi di interesse emergono anche negli altre due grandi paesi dell’area dell’euro (Germania e Francia) e risultano in linea con le statistiche aggregate sui tassi di interesse bancari. Questo quadro lievemente più positivo rispetto alla media dell’area dell’euro denota andamenti molto eterogenei tra i paesi, un punto sul quale tornerò più avanti.

Il credito bancario nell’area dell’euro

Passerei ora all’esame degli andamenti effettivi riguardanti i prestiti bancari nell’area dell’euro. La crescita dei crediti concessi dalle banche al settore privato si è notevolmente indebolita durante le turbolenze finanziarie e, negli ultimi mesi, il volume di prestiti è stato il più basso dai primi anni ottanta, come si può vedere dal Grafico 4. Nel caso delle famiglie vi sono segnali recenti di un arresto della tendenza al ribasso. Più precisamente, il tasso di crescita sui dodici mesi dei prestiti alle famiglie è gradualmente diminuito dall’ultimo picco dell’Aprile 2006, quando cresceva ad un ritmo di quasi il 10%, a livelli vicini allo zero nei mesi recenti (-0.2% ad agosto 2009) (vedi il Grafico 5). Tuttavia, tenendo conto dell’effetto distorsivo esercitato dallo spostamento dei prestiti dai bilanci bancari (derecognition) connesso con l’attività di cartolarizzazione dei mutui al settore privato, l’espansione dei prestiti alle famiglie appare essere ancora positiva e in fase di stabilizzazione. Al contrario, il tasso di crescita sui dodici mesi dei prestiti alle aziende non finanziarie è diminuito dal recente picco di quasi 15% nell’aprile 2008 allo 0.7% nell’agosto 2009 (vedi il Grafico 6). Si noti che tali cifre si riferiscono a tutte le aziende non finanziarie, piccole, medie e grandi, in quanto non sono disponibili corrispondenti dati aggiornati per gruppi di imprese di dimensioni diverse. Pertanto, per le imprese non finanziarie la moderazione nell’erogazione del credito è proseguita, inducendo alcuni osservatori del mercato a temere una vera e propria “stretta creditizia” per le imprese (nella fattispecie le PMI).

A fronte di questi timori è importante formulare alcune osservazioni.

In primo luogo, guardando in avanti, è probabile che i prestiti alle imprese calino ulteriormente prima di iniziare a risollevarsi. Ciò sarebbe coerente con l’evidenza passata, dalla quale si evince che la crescita dei prestiti alle imprese non finanziarie tende a seguire quella del PIL con uno scarto temporale di circa tre trimestri. Tale andamento potrebbe essere collegato al fatto che i flussi di cassa delle imprese non finanziarie tendono a migliorare nella fase iniziale della ripresa economica, per cui tendono a finanziare il fabbisogno di capitale circolante e gli investimenti fissi ricorrendo in prima battuta ai fondi propri e soltanto in un secondo momento al finanziamento esterno. Date le attuali previsioni di stabilizzazione dell’attività economica nella seconda metà dell’anno in corso la crescita dei prestiti potrebbe raggiungere un punto di svolta non prima dell’inizio del 2010.

In secondo luogo, i recenti andamenti del credito appaiono pienamente in linea con le regolarità storiche, se si tiene conto della gravità e della durata della recessione. In effetti, questa crisi è forse la più grave dagli anni Trenta. Occorre tuttavia prudenza nell’interpretazione: non soltanto si riscontrano scostamenti rispetto alle regolarità storiche osservate, ma il pieno impatto di questa crisi di notevoli proporzioni è tuttora incerto.

In terzo luogo, è chiaro che l’evoluzione del credito nell’area dell’euro è stata finora determinata da fattori che hanno operato sia dal lato della domanda sia da quello dell’offerta, come confermano i risultati dell’indagine sul credito bancario. Nel complesso si può ritenere che gli andamenti del credito siano stati finora maggiormente influenzati dalle deboli condizioni macroeconomiche, quali la scarsa domanda di credito e la diminuzione del livello medio di merito creditizio dei potenziali mutuatari, che da fattori di offerta che però non vanno sottovalutati.

L’accesso al credito per le PMI

Vorrei ora presentare alcuni riscontri più diretti riguardanti l’accesso al credito per le PMI dell’area dell’euro, quali emergono da un’indagine recentemente predisposta dalla BCE. Questa indagine, svolta per la prima volta tra giugno e luglio 2009, invita imprese di tutta l’Unione europea a descrivere le rispettive condizioni di finanziamento nei sei mesi precedenti (sostanzialmente nella prima metà di quest’anno). L’indagine dovrebbe contribuire a colmare, nel tempo, la carenza di informazioni sulle condizioni di finanziamento delle PMI nell’area dell’euro, poiché le statistiche quantitative forniscono indicazioni molto scarse sulla situazione effettiva.

Vorrei esporre alcuni dei risultati principali dell’indagine, che ha il merito di offrire una visione di insieme della situazione finanziaria e dell’accesso al credito per le PMI dell’area dell’euro nella prima metà del 2009. I risultati dell’indagine possono contribuire al dibattito sui vincoli di accesso al credito per le imprese e soprattutto per le PMI. Devono comunque essere interpretati con cautela, essendo la prima volta che questa indagine viene svolta.

Vorrei partire dal fatturato e dagli utili delle PMI nel primo semestre del 2009 e poi presentare i risultati più interessanti nell’attuale contesto economico, ossia i riscontri sull’accesso al credito per le PMI e la loro esperienza relativa alla richiesta di prestiti bancari. Infine illusterò brevemente alcune evidenze, non meno importanti, sull’eterogeneità fra paesi dell’area dell’euro.

Cominciando dalla situazione finanziaria delle imprese, nel complesso le PMI dell’area dell’euro danno una valutazione più negativa rispetto alle grandi imprese (vedi il Grafico 7); ciò suggerisce che, fino alla prima metà del 2009 le PMI abbiano risentito in misura maggiore della crisi. Al confronto con le grandi imprese, una più elevata percentuale netta di PMI ha segnalato una diminuzione del fatturato. L’evoluzione del fatturato e dei costi hanno inciso negativamente sugli utili. Di conseguenza, una percentuale di PMI superiore a quella delle grandi imprese ha indicato un peggioramento dei profitti nella prima metà dell’anno.

Data la situazione economica non è sorprendente che un’esigua percentuale di PMI dell’area dell’euro (10%) abbia riferito anche un deterioramento della situazione patrimoniale (una percentuale superiore a quella delle grandi imprese).

Questi sviluppi hanno sicuramente inciso sulle risposte alle richieste di prestito bancario e, più in generale, sulla disponibilità di credito per le imprese dell’area dell’euro nella prima metà del 2009.

Nonostante il deterioramento della situazione congiunturale, nella prima metà del 2009 la maggior parte delle domande di prestito bancario presentate dalle PMI risulta essere stata accolta, in base alle risposte delle PMI stesse (vedi il Grafico 8). Questo elemento, che costituisce uno dei principali risultati emersi dall’indagine, è molto utile per tracciare un quadro d’insieme dell’offerta di prestiti bancari e per verificare se le PMI siano state soggette a vincoli finanziari nella prima metà del 2009. Nel periodo in esame, il 60% delle PMI che ha sollecitato un prestito bancario ha ottenuto l’intero ammontare. Un ulteriore 17% ha dichiarato di aver ricevuto almeno una parte della somma richiesta. Il 77% delle PMI ha dunque beneficiato, per intero oppure in parte, dei finanziamenti sollecitati. Il 12% delle PMI ha invece visto respinte le proprie domande di prestito.

Sfortunatamente non siamo ancora in grado di confrontare i risultati nel tempo, per valutare se queste quote siano elevate oppure modeste. Tuttavia, anche in periodi di solida crescita economica vi saranno sempre delle PMI che non riusciranno ad ottenere i finanziamenti richiesti, ad esempio per carenze nei piani aziendali. Sembra comunque esservi una chiara relazione tra la dimensione e l’età delle imprese e il successo delle loro richieste di finanziamento. Le domande hanno miglior esito con l’aumentare della dimensione e dell’età delle imprese. Di fatto, circa il doppio delle domande di prestito bancario delle PMI è stato respinto rispetto al dato registrato per le grandi imprese.

Disponibilità di finanziamento esterno

Le imprese che hanno avuto la necessità di finanziarsi esternamente nella prima metà del 2009, e hanno quindi presentato domanda di prestito, erano piuttosto scettiche riguardo la propria valutazione della disponibilità di finanziamento esterno (vedi il Grafico 9). Le grandi imprese hanno espresso una valutazione leggermente più negativa rispetto alle PMI, in linea con i risultati dell’indagine sul credito bancario, secondo cui l’inasprimento dei criteri di concessione dei prestiti è stato più pronunciato per le grandi imprese rispetto a quelle di piccole e medie dimensioni. Come già menzionato, questo dato potrebbe apparire sorprendente, poiché secondo la percezione generale le PMI sembrano essere più colpite dal deterioramento dell’accesso al finanziamento.

La disponibilità di prestiti bancari è generalmente connessa alla situazione economica generale, che incide sulle condizioni finanziarie delle singole imprese. Di conseguenza, non stupisce che entrambe i fattori abbiano notevolmente influito sulla disponibilità di prestiti bancari, non soltanto in base alla valutazione delle banche, nel contesto dell’indagine sul credito bancario, ma anche secondo il giudizio delle imprese, come riportato dalla nuova indagine. Tuttavia, oltre a questi fattori connessi alla domanda, le imprese ritengono che vi siano stati fattori legati all’offerta di credito che hanno contribuito a deteriorare la disponibilità di finanziamenti bancari. Le imprese indicano una minore propensione delle banche a concedere prestiti, il che potrebbe denotare l’esistenza di restrizioni nell’erogazione del credito.

La situazione dei principali paesi

Vorrei ora menzionare alcuni dei principali risultati emersi per i paesi più grandi dell’area dell’euro. Sebbene l’evoluzione complessiva sia il fattore più rilevante per la politica monetaria della BCE, è utile analizzare anche la considerevole eterogeneità fra i vari paesi per quanto riguarda l’accesso delle PMI al finanziamento nella prima metà del 2009.

In termini di utili e di fatturato, le PMI in Germania e in Francia si sono collocate al di sopra della media dell’area dell’euro, nel senso che un minor numero di esse ha segnalato un deterioramento netto. L’Italia si è situata intorno alla media, la Spagna decisamente al di sotto. La situazione economica si riflette ovviamente nella valutazione delle PMI riguardo al deterioramento della disponibilità di finanziamento esterno. Anche in questo caso le PMI tedesche e francesi hanno indicato un deterioramento della disponibilità di prestiti bancari inferiore rispetto alla media dell’area dell’euro. Per l’Italia il dato è risultato leggermente migliore della media. Le PMI spagnole hanno espresso una valutazione assai più negativa sul loro accesso al finanziamento bancario. Un quadro analogo emerge se si esamina il successo delle domande di prestito bancario. Mentre la Spagna ha segnalato un tasso di successo inferiore, la Francia ha riportato quello più elevato, seguita da Germania e Italia.

In sintesi, confrontando i dati sui prestiti bancari con i risultati dell’indagine sulle PMI, si può concludere che la crescita modesta dei prestiti concessi dalle banche al settore privato non finanziario negli ultimi mesi è principalmente dovuta alle deboli condizioni macroeconomiche. Tuttavia, hanno svolto un ruolo non irrilevante fattori di offerta, che hanno inasprito le condizioni alle quali il credito bancario è stato erogato.

Una valutazione prospettica

Passerei infine ad alcune considerazioni prospettiche e al ruolo che può svolgere la politica monetaria.

Secondo le previsioni dei principali organismi internazionali, la ripresa economica dovrebbe procedere in modo graduale e discontinuo, in un contesto caratterizzato dal perdurare di un’elevata incertezza e da una possibile ulteriore riduzione della leva finanziaria da parte delle banche. Su un orizzonte temporale più lungo, man mano che si rafforza la ripresa economica, le banche dovrebbero essere in grado di migliorare i rispettivi coefficienti patrimoniali, aumentando la propria capacità di erogare prestiti.

A questo proposito vorrei fare riferimento agli ultimi indirizzi del Comitato di Basilea sui requisiti patrimoniali e sull’applicazione di Basilea 2. I requisiti patrimoniali si collocano al centro della nostra analisi, poiché esistono ovvi collegamenti tra la gestione patrimoniale delle banche, il processo di erogazione dei prestiti e l’offerta del credito. Pur essendo necessario un maggiore allineamento con il rischio economico effettivo, è anche importante che i nuovi requisiti non comportino un’eccessiva prociclicità. Quando parlo di “prociclicità” mi riferisco alle interazioni fra il settore finanziario e l’economia reale, che tendono a rafforzarsi a vicenda e ad amplificare le fluttuazioni del ciclo economico. Così come in una fase di crescita economica tende a verificarsi una eccessiva assunzione di rischio da parte delle istituzioni finanziarie, con forte espansione del credito, bolle speculative e in ultima istanza l’accumularsi di rischi sistemici, in una situazione caratterizzata da forte contrazione dell’attività produttiva si può determinare un rallentamento accentuato dei flussi finanziari, inclusi quelli creditizi, che ostacola la ripresa. La prociclicità implica che i requisiti patrimoniali sono accomodanti nelle fasi espansive, consentendo alle banche di erogare più prestiti in rapporto al capitale, mentre diventano rigidi nei periodi di rallentamento, per cui le banche sono indotte a limitare la concessione di credito al settore privato ancor più di quanto avrebbero fatto in assenza di tali requisiti. Sebbene tali meccanismi siano in certa misura giustificati dal differente grado di rischio presente nelle diverse fasi del ciclo economico, è importante che non producano quegli effetti eccessivi che ho appena descritto.

L’impatto pro-ciclico dei requisiti patrimoniali è allo studio delle autorità competenti, fra cui la BCE. Queste valutazioni possono fornire le basi per sviluppare un adeguato meccanismo di compensazione anticiclica, che è un prerequisito per rafforzare la stabilità finanziaria nel medio-lungo periodo.

Oltre ad applicare i requisiti patrimoniali, è necessario che le banche dell’area dell’euro stabilizzino il flusso degli utili al fine di ripristinare la crescita organica del capitale, salvaguardare i coefficienti di solvibilità e riprendere gradualmente la crescita dell’attivo. Come ho già osservato, per la ripresa dei mercati del credito non è sufficiente l’espansione dell’offerta ma anche, e forse in misura maggiore, un incremento della domanda. L’aumento della domanda di credito dipende da diversi fattori, fra cui la crescita del prodotto lordo, la disoccupazione e l’inflazione, che a loro volta influiscono sulle aspettative della clientela bancaria.

Per quanto riguarda il ruolo della politica monetaria, le circostanze eccezionali connesse alla crisi finanziaria ci hanno indotto a introdurre misure straordinarie. L’obiettivo è stato di sostenere la liquidità del sistema finanziario e (indirettamente) accrescere il flusso dei crediti al settore privato, ben oltre ciò che si poteva conseguire con la sola riduzione dei tassi di interesse di riferimento. In particolare, abbiamo soddisfatto integralmente il fabbisogno di liquidità delle banche a tassi di interesse fissi, abbiamo ampliato ulteriormente l’elenco delle garanzie accettate nelle nostre operazioni e abbiamo fornito liquidità per periodi più lunghi, fino a un anno. Tramite operazioni di rifinanziamento a un anno abbiamo erogato ben 442 miliardi di euro in giugno e altri 75 miliardi due settimane fa. Inoltre, abbiamo immesso liquidità in valuta estera, soprattutto in dollari statunitensi, per far fronte all’esigenza delle banche dell’area dell’euro di finanziare le proprie attività in dollari. Infine, da luglio di quest’anno stiamo effettuando acquisti diretti di obbligazioni garantite, poiché questo segmento di mercato rappresenta un’importante fonte di finanziamento per le banche. Tali operazioni hanno non solo consentito di ridurre i tassi d’interesse su quel tipo di operazioni ma anche di ravvivare un mercato che si era prosciugato o addirittura di farlo nascere laddove non esisteva ancora, come nel caso dell’Italia.

È difficile chiedere di più alla politica monetaria in una economia di mercato. Il nostro ruolo si limita all’erogazione di liquidità alle banche solvibili. Non comprende la ricapitalizzazione e la ristrutturazione del sistema bancario, che è un passo importante per ripristinare la fiducia nel settore finanziario. Ci aspettiamo che le banche partecipino più attivamente al processo di ricapitalizzazione. Come la BCE ha ribadito in varie occasioni, le banche devono sfruttare appieno gli interventi messi a disposizione dal settore pubblico a sostegno delle banche, soprattutto per quanto riguarda la ricapitalizzazione. Anche perché il sistema bancario non può sostenersi a tempo indefinito sulle misure straordinarie messe in atto dalle banche centrali. Una strategia di uscita dovrà inevitabilmente essere messa in atto a tempo dovuto. Le banche che decisono di non fare ricorso alle misure di sostegno pubblico devono trovare fonti alternative, di mercato, per equipaggiarsi in modo tale da essere pronte ad incrementare nuovamente il credito all’economia reale, quando questa ripartirà. Se il rallentamento del credito bancario registrato nei mesi passati è in parte spiegabile con il calo dell’attività economica, una mancata ripresa dei flussi bancari quando la domanda ripartirà sarebbe più difficile da giustificare. Sarebbe difficile giustificare, a quel punto una situazione in cui gli incentivi individuali, dei manager e degli azionisti delle banche, non si allineano con quelli colletivi, di sostegno all’economia. Non ci si deve dimenticare dell’esperienza giapponese del passato decennio, quando i ritardi nella ristrutturazione e ricapitalizzazione del sistema bancario affossò la ripresa dopo la crisi.

Sono convinto che ciò non avverrà in Europa, se ognuno farà la propria parte, con responsabilità e consapevolezza del ruolo che ogni componente del sistema economico e finanziario deve avere, in particolare di fronte a situazioni critiche come quelle che abbiamo vissuto. Da parte nostra, credo che in questi mesi la Banca centrale europea abbia dimostrato di essere stata all’altezza delle sue responsabilità.

Vi ringrazio per l’attenzione.

Chart 1: Euro area MFI sector’s financial assets transactions

(percentages)

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Source: ECB Euro Area Accounts.

Chart 2: Changes in credit standards applied to the approval of loans or credit lines to enterprises

(net percentages of banks contributing to tightening standards)

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Source: Euro area bank lending survey. Notes: The net percentage refers to the difference between the sum of the percentages for “tightened considerably” and “tightened somewhat” and the sum of the percentages for “eased somewhat” and “eased considerably”. The net percentages for the questions related to the factors are defined as the difference between the percentage of banks reporting that the given factor contributed to a tightening and to an easing.

Chart 3: Changes in terms and conditions for approving loans or credit lines to enterprises

(net percentages of banks reporting tightening terms and conditions)

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Source: Euro area bank lending survey.

Chart 4 - MFI loans to the private sector in the euro area

(percentage changes)

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Source: ECB.

Chart 5 - MFI loans to households in the euro area

(percentage changes)

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Source: ECB.

Chart 6 - MFI loans to non-financial corporations in the euro area

(percentage changes)

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Source: ECB.

Chart 7: Financial situation of euro area firms, change over the preceding six months

(percentages of respondents)

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Source: ECB/European Commission survey on the access to finance of SMEs.

Chart 8: Outcome of the applications for external financing by euro area firms over the preceding six months

(percentages of firms that have applied for external financing)

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Source: ECB/European Commission survey on the access to finance of SMEs.

Chart 9: Availability of external financing for euro area firms, change over the preceding six months

(percentages of respondents)

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Source: ECB/European Commission survey on the access to finance of SMEs.

Background charts:

Chart A: Short-term MFI interest rates on new loans

(percentages per annum, monthly averages)

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Chart B: Long-term MFI interest rates on new loans

(percentages per annum, monthly averages)

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Chart C - MFI loans to households in the euro area: contributions by country

(percentage points; annual percentage changes; quarterly, quarterly data are averages, nsa)

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Source: ECB.

Chart D - MFI loans to non-financial corporations in the euro area: contributions by country (percentage points; annual percentage changes; quarterly, quarterly data are averages, nsa)

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Source: ECB.

Chart E - MFI loans to households in the euro area: annual growth by country

(percentage changes)

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Source: ECB.

Chart F - MFI loans to non-financial corporations in the euro area: annual growth by country

(percentage changes)

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Source: ECB.