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Intervista con La Repubblica

Intervista con Luis de Guindos, Vicepresidente della BCE, condotta da Tonia Mastrobuoni

3 maggio 2021

Le prospettive economiche della zona euro rischiano di peggiorare in uno scenario in cui continuano a moltiplicarsi le varianti del coronavirus?

Siamo in una situazione ‘agrodolce’. Il primo trimestre è stato più debole di quanto non avessimo previsto tre mesi fa. D’altra parte il ritmo di vaccinazione sta guadagnando slancio in tutta Europa. Ed è un’ottima notizia perché sarà il fattore che influirà principalmente sull’economia. Per ora la stima è che la crescita sarà intorno al 4%. Ci aspettiamo che la seconda metà dell’anno sarà molto positiva. Anche se c’è ancora incertezza. Osserviamo altrove che appena la vaccinazione accelera – pensiamo al Regno Unito, a Israele o agli Stati Uniti – la situazione si normalizza rapidamente. Spero che saremo in grado di raggiungere una situazione molto migliore già verso l’estate.

Mario Draghi ha presentato un Recovery Plan da 248 miliardi che contiene anche importanti riforme strutturali. E il Presidente del Consiglio ha dichiarato che è in gioco il destino dell’Italia. Lei è stato suo vice per due anni alla BCE: secondo lei Draghi può ripristinare la fiducia in Italia?

Mario Draghi ha dato un contributo molto importante all’Europa e ora sta dando un contributo molto importante all’Italia. E il contributo principale all’Italia, per ora, è che guida un governo di unità che ha il sostegno di una maggioranza molto ampia in Parlamento. È molto importante. E il Recovery Plan per l’Italia sarà fondamentale, sarà l’elemento chiave per determinare il futuro della sua economia. E penso anche che il prestigio e la reputazione di Draghi siano stati il collante per l’unità che vediamo nel Parlamento italiano. È un ottimo segnale per tutta l’Europa.

Lei, appunto, lo ha conosciuto come suo vice. Qual è la sua qualità migliore?

“Draghi ha enormi qualità di leadership, le ha dimostrate chiaramente da Presidente della BCE. Ed è la migliore qualità per consentire a un Paese di guardare con fiducia in avanti”.

Lei ha detto che il piano di ripresa in Italia è importante per il successo dell’Italia. Essendo il più grande in Europa, non è anche cruciale per la ripresa del continente?

Uno dei problemi dell’impatto della pandemia è che ha colpito in modo molto divergente. Nel 2020 il calo medio del PIL è stato poco meno del 7%; ma nei Paesi del nord Europa la contrazione si è fermata al 4-5%, mentre in Paesi come la Spagna ha raggiunto l’11%. Anche le situazioni dei conti pubblici sono molto diverse, tra Nord e Sudeuropa. Ecco perché il Next Generation EU è così importante: per scongiurare divari troppo grandi tra Paesi. Ed è anche importante che sarà finanziato con l’emissione comune di bond, e che una parte dei fondi saranno erogati sotto forma di sovvenzioni. Infine, l’NGEU è stato studiato in modo da aiutare soprattutto i Paesi più colpiti dalla pandemia. Sono tre elementi che rendono il piano fondamentale. Inoltre l’NGEU cerca di stimolare la crescita potenziale nel medio termine e di non essere solo una fonte di finanziamento per progetti a breve. Anche per questo i fondi dovranno essere accompagnati da riforme per migliorare la produttività e la competitività dei Paesi. Ed è anche il motivo per cui deve essere implementato e avviato molto rapidamente. E i diversi piani dovranno essere approvati anche rapidamente dalla Commissione.

I Paesi europei come l’Italia riemergeranno anche con un enorme debito pubblico dalla pandemia. Qualcuno chiede che sia tagliato. Che ne pensa?

Non è una soluzione. Sarebbe non soltanto una violazione del Trattato, e dunque inaccettabile per la BCE, ma anche un errore economico. 

Perché?

D’un lato, se il debito venisse cancellato, le banche centrali nazionali sarebbero costrette a usare i loro profitti per coprire quei buchi invece di pagare dividendi ai governi, come fanno attualmente alla fine di ogni anno. Inoltre, ed è ancora più importante, una decisione di questo genere metterebbe a rischio la credibilità della banca centrale e danneggerebbe l’efficacia delle nostre decisioni.

La Corte costituzionale di Karlsruhe ha dato un via libera condizionato alla legge sulle “risorse proprie” tedesca. E c’è il timore che la sentenza definitiva stronchi ogni ambizione di arrivare in futuro agli eurobond. Una buona o una cattiva notizia?

Non sta a noi commentare sentenze. Ma se per la prima volta la Commissione Ue potrà emettere titoli comuni, è perché c’è stata la volontà politica di farlo. E questo mi sembra un progresso importante.

Quindi gli eurobond sarebbero positivi.

Quando un accordo è stato raggiunto sull’NGEU e sulle sue forme di finanziamento, i mercati hanno reagito molto positivamente. Perché hanno visto la volontà politica dietro a questo accordo e perché hanno capito che i governi europei erano fermamente convinti a fare qualsiasi cosa per affrontare le conseguenze della pandemia. È necessario completare l’unione monetaria. E penso che dobbiamo completare l’unione bancaria con il sistema europeo di assicurazione dei depositi. Dobbiamo lavorare all’unione dei mercati dei capitali e convergere anche su uno strumento europeo per perseguire una politica fiscale comune.

L’economia cinese ha ricominciato a correre; a breve lo farà anche quella americana. Quanto è pericoloso il fatto che l’Europa sia in ritardo sulla ripresa?

Quella degli Stati Uniti è una situazione più paragonabile a quella che abbiamo qui in Europa. Ma lì l’attività economica nel 2020 si è contratta del 50% in meno rispetto alla caduta che abbiamo sofferto nell’area dell’euro. E ora, secondo la Federal Reserve, cresceranno molto rapidamente, del 6,5%. Se paragonate i programmi di politica monetaria e gli stimoli fiscali su entrambi i lati dell’Atlantico, sono simili. Sul lato fiscale, nel 2020, lo sforzo in Europa ha toccato gli otto punti percentuali del PIL, anche grazie agli stabilizzatori automatici. E ora abbiamo l’NGEU, un piano generoso e ambizioso. La differenza principale è che non è ancora partito, ma mi auguro che accadrà presto e allora penso che saremo in grado di colmare rapidamente il divario con gli USA.

Questo divario sembra già avere, però, effetti indesiderati, almeno per la BCE. C’è stato nervosismo sui mercati che temono che l’inflazione possa aumentare negli Usa e contagiare l’Europa. È giustificato?

La ripresa negli Stati Uniti è cominciata prima ed è vero che ha avuto l’effetto di un aumento dei rendimenti nominali sui titoli di Stato. È la normale conseguenza del processo di normalizzazione che cominciamo a vedere. La vaccinazione negli Stati Uniti è stata molto rapida e il loro stimolo fiscale molto ambizioso. E i mercati si aspettano che con la ripresa aumenti anche l’inflazione. Ciò crea pressione sui rendimenti. Ma di recente abbiamo cercato, con le nostre decisioni, di eliminare quell’effetto. E ci siamo riusciti: da marzo i rendimenti sui titoli europei sono molto tranquilli. I mercati hanno capito che gli Usa sono in un ciclo più avanzato della ripresa. E anche che quelle tensioni sui rendimenti non erano giustificati dei fondamentali dell’economia.

Ma c’è ancora il timore che la Fed potrebbe essere costretta presto ad essere meno accomodante, aumentando le pressioni sulla BCE.

È chiaro che la normalizzazione della politica monetaria deve andare in parallelo con quella dell’economia. Con la fine della pandemia, quando l’economia comincerà a normalizzarsi, è chiaro che anche la politica monetaria dovrà iniziare a normalizzarsi. Un programma di emergenza come il PEPP è per definizione un programma temporaneo, ed è progettato per affrontare le conseguenze economiche della pandemia. Ma è chiaro che l’eventuale ritiro di queste misure straordinarie dovrà andare di pari passo con l’evoluzione dell’economia, su questo dobbiamo essere estremamente attenti. Qualsiasi accelerazione correrebbe il rischio di strangolare la ripresa. D’altro canto, prolungare troppo le misure emergenziali porta rischi di azzardo morale ma anche di una zombificazione di parti dell’economia europea. Abbiamo bisogno di un approccio equilibrato.

Quindi i membri del Consiglio direttivo della BCE che spingono già per un tapering in vista di un secondo semestre di ripresa hanno le loro ragioni?

Non ho una posizione preconcetta rispetto a questo. Il fattore chiave sarà l’evoluzione dell’economia. Se, grazie alla velocizzazione delle campagne di vaccinazione, avremo il 70% della popolazione adulta in Europa vaccinata durante l’estate, se l’economia comincerà ad accelerare, potremo cominciare a pensare a un rientro graduale dall’emergenza anche dal lato della politica monetaria. Già ora il settore manifatturiero sta andando molto bene; i servizi sono ancora in difficoltà, ma presto potrebbero riprendersi e chiudere il divario con il settore industriale. La nostra speranza è che tra un anno saremo in una situazione in cui la pandemia sarà alle nostre spalle, in cui il distanziamento sociale sarà un ricordo, in cui avremo chiuso il divario economico con i livelli pre-pandemia e in cui saremo in un periodo di politica monetaria normale.

Fino a pensare di aumentare i tassi di interesse?

No, non ho detto questo, ho parlato di una cauta uscita dal programma di emergenza, ma che dovrà essere gestita con grande prudenza.

Siete preoccupati per il rafforzamento dell’euro?

Il tasso di cambio non è, come sa, tra i nostri obiettivi di politica monetaria. Ma è indubbiamente una delle variabili più importanti nell’evoluzione macroeconomica. È ovvio che lo monitoriamo per vedere che effetto possa avere in termini di crescita e di inflazione.

Come stimate l’andamento dell’inflazione nei prossimi mesi?

Pensiamo che temporaneamente l’inflazione salirà e verso la fine dell’anno potrebbe anche superare il 2%, ma solo per fattori temporanei come la fiammata dei prezzi energetici. In media sarà dell’1,5%. Ci aspettiamo anche che deceleri nel 2022 e torni nel 2023 all’1,4%.

Con l’NGEU pensa davvero che il rischio che alcuni Paesi, la Germania ad esempio, ripartano a razzo e lascino indietro gli altri, sia scongiurata? La Germania ha investito anche molti soldi proprio nell’economia, aveva i margini fiscali per farlo. Se i divari saranno troppo grandi non rischiano di mettere di nuovo a rischio la tenuta dell’eurozona?

È vero, le eccessive divergenze tra Paesi sono una minaccia per la tenuta dell’unione monetaria. Ma la logica dei Recovery Plan è proprio questa, scongiurare divari eccessivi. Ecco perché è stato importante che l’NGEU abbia riconosciuto più fondi ai Paesi più colpiti come l’Italia e la Spagna. E questo vale soprattutto per Paesi come la Spagna con una quota importante di economia che dipende dal settore dei servizi, che è quello più colpito dalla pandemia.

Qualcuno teme anche che la fine della pandemia – e delle moratorie sui debiti – possa provocare una valanga di insolvenze. Condivide questi timori?

È vero, all’inizio della crisi, uno dei timori principali era la possibilità che alla crisi seguisse un’ondata di insolvenze, principalmente nel settore turistico o dei servizi in generale. Perciò è stato importante che alcuni Paesi, comprese l’Italia e la Spagna, abbiano garantito aiuti finanziari dall’inizio ai settori più colpiti e si siano decise moratorie sui debiti. È stato anche importante per scongiurare il circolo vizioso tra debiti aziendali, bancari e pubblici. Anche in questo caso sarà molto importante che quelle misure vengano ritirare gradualmente e con molta cautela, dopo la crisi. Altrimenti rischiamo di strozzare la ripresa.

Lei vede il rischio di una nuova ondata di crediti deteriorati, i non-perfoming loans (NPL), e di una “zombificazione” di una parte del sistema bancario?

Come sa, c’è sempre un ritardo tra l’evoluzione dell’economia e quella degli NPL. Ma penso sia molto importante dire che i rischi che avevamo previsto all’inizio della crisi non si sono materializzati. Certo, ci sarà un aumento degli NPL nella seconda metà dell’anno, ma non sarà acuto come temevamo.

Si è parlato molto di euro digitale. Ma con l’annuncio di Facebook di un lancio di una propria moneta, il “Diem”, l’Europa non rischia di arrivare in ritardo? La moneta e la stessa esistenza delle banche centrali sono minacciate?

Le banche centrali hanno avuto un ruolo essenziale nella lotta contro la pandemia e dobbiamo essere certi di essere ben attrezzati per affrontare ogni futura sfida, su tutti i fronti. Attualmente ci concentriamo sull’approfondimento dell’analisi su come un euro digitale dovrebbe funzionare e come dovrebbe essere disegnato per garantire benefici ai cittadini europei e alle nostre economie. Il Consiglio direttivo deciderà intorno alla metà del 2021 se avviare un progetto per lanciare un possibile euro digitale.

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