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INTERVISTA

Intervista con La Stampa

Intervista a Luis de Guindos, Vicepresidente della BCE, condotta da Marco Zatterin il 26 giugno 2020 e pubblicata il 1 luglio 2020

1 luglio 2020

Il Fondo monetario ha appena rivisto al ribasso tutte le previsioni. Come si vede l’economia europea dalla prospettiva della BCE?

Il livello di incertezza è molto elevato, per cui bisogna ragionare su scenari diversi, ammettendo che fare previsioni è difficile. In realtà, una certezza c’è: abbiamo vissuto una forte caduta dell’attività economica. È stata molto rapida, molto intensa, concentrata in due mesi e mezzo. Quando i governi hanno iniziato a riaprire le economie si è cominciato a vedere una ripresa nelle attività, con gli indicatori che segnalano un ripartenza in diversi Paesi.

L’incertezza permane, tuttavia.

È normale che nel momento in cui le economie si riaprono ci sia una ripresa, come lo è non sapere cosa accadrà dopo l’estate. Restano numerose incognite e punti interrogativi. Ma l’elemento che più preoccupa è che si stia manifestando un principio di ripresa a due velocità. La caduta è stata grande ovunque, ma in alcuni Stati è stata più intensa. C’è un gruppo di Paesi più solidi che reagisce meglio di altri. Qui la risalita del Pil sarà più rapida. Il ché può portare a una Europa della crescita a due velocità. È una prospettiva che dobbiamo seguire con attenzione.

Qual è la lezione della pandemia?

Che, in linea di massima, i singoli paesi non erano pronti ad affrontarla e invece dobbiamo esserlo ora. È un compito che spetta ai governi e alle istituzioni sanitarie, non è solo una questione economica. La BCE ha agito rapidamente e in maniera efficace. Servono strumenti comuni europei, anche fiscali, perché non ci si faccia più cogliere di sorpresa. Abbiamo capito che l’unione economica e monetaria incompleta è un problema. Se avessimo finalizzato l’unione bancaria e avanzato verso un effettivo mercato dei capitali, se avessimo avuto uno strumento comune di bilancio per l’Eurozona, il colpo sarebbe stato più contenuto. L’unico modo per evitare conseguenze asimmetriche della pandemia sarebbe stato quello di avere un’unica struttura di reazione a livello europeo.

In sostanza, dice che con più unità l’Europa sarebbe stata più forte?

Esatto. Questo è ciò che intendo.

La reazione della Bce è stata comunque massiccia. Come valutate gli effetti?

L’azione della BCE si è concentrata su tre pilastri. Abbiamo incrementato fortemente l’acquisto di bond in prevalenza governativi. Abbiamo immesso liquidità per le banche affinché aumentassero i prestiti a famiglie e a imprese. Abbiamo inoltre lanciato un’azione di sostegno al capitale bancario, insieme alle autorità nazionali competenti, per evitare una stretta creditizia sulle imprese.

L’impatto delle misure sui mercati finanziari è stato molto positivo. Inoltre, gli interventi attuati hanno evitato la frammentazione nelle dinamiche dei corsi obbligazionari e in particolare dei titoli di Stato, al fine di garantire un buon funzionamento del meccanismo di trasmissione della politica monetaria. Ora c’è una maggiore tranquillità, le condizioni finanziarie sono meno tese rispetto ad appena due mesi fa. Ciò vuol dire che le nostre misure hanno avuto effetti positivi. Abbiamo evitato un “credit crunch” che, mentre l’economia precipitava nel mezzo della crisi sanitaria, avrebbe avuto effetti davvero tragici.

“Whatever it takes” è ancora il motto della Bce?

È stato decisivo nel 2012. Ora la crisi è diversa. La nostra determinazione si è manifestata nell’evitare la stretta al credito per il settore privato e nel migliorare le condizioni di finanziamento in generale. Il nostro impegno è a tempo pieno. Come si vede chiaramente dai comunicati, siamo pronti a ricalibrare le misure non convenzionali e i nostri programmi pandemici - come il pandemic emergency purchase programme (PEPP) - affinché si adattino alle circostanze. L’ultima volta è stata all’inizio di giugno, quando ne abbiamo aumentato i volumi e allungato la scadenza del termine.

Siete pronti per un secondo picco del virus?

Non sono un virologo, ma come banchiere centrale so che dobbiamo essere pronti ad affrontare il peggio, sperando per il meglio. Il ritorno del virus è una possibilità concreta.

E allora?

La politica monetaria non è la sola arma a nostra disposizione. Stavolta la prima linea di difesa è stata la politica di bilancio nazionale. È andata bene, ma la risposta è stata asimmetrica, perché l’azione non può essere la stessa ovunque e non tutti i Paesi hanno gli stessi spazi di manovra. Ecco perché credo che una risposta fiscale pan-europea sia così importante. Per evitare quello che dicevo prima, ovvero una ripartenza a due velocità. Ecco perché servono una unione monetaria completa, una vera unione bancaria, un solo mercato dei capitali e uno strumento fiscale congiunto.

La vostra azione resta appesa alla sentenza dell’Alta Corte tedesca. Che sensazioni ha?

Non intendo commentare le decisioni di corti nazionali. Per la Bce è rilevante ricordare che siamo sotto la giurisdizione della Corte di Giustizia Ue. Siamo una istituzione europea, dobbiamo rispondere al Parlamento europeo e, dal punto di vista operativo, siamo soggetti al controllo della Corte dei Conti Ue. Non rispondiamo a tribunali nazionali, ma solo a istanze europee. Ciò non toglie che, attraverso la Bundesbank, abbiamo fatto avere alle istituzioni tedesche la documentazione che spiega l’adeguatezza del nostro operato. Era già successo. Abbiamo deciso di cooperare, sempre nel rispetto del principio della piena indipendenza della Bce.

Principio per il quale i tedeschi, nello scrivere i trattati Ue, si sono battuti con furore.

Proprio così. Non credo nessuno possa essere in disaccordo.

Ripresa a due velocità. E L’Italia?

Il problema dell’Italia è legato anzitutto alla crescita che già prima del coronavirus era prossima allo zero. È una questione di produttività, di competitività e di riforme strutturali da completare. In questa fase della crisi, le politiche di bilancio nazionali devono essere espansive. Nel breve termine non c’è alternativa, se non spendere. Ma una volta che l’emergenza sarà alle nostre spalle, tutti i Paesi con un alto livello di debito - e non solo l’Italia - dovranno ricominciare ad affrontare il problema della sostenibilità nel medio termine e del rispetto dei parametri comunitari.

La Bce è stata criticata di essere troppo “pro-italiana”. È stato detto, dai Paesi “frugali”, che avete aiutato Roma a non fare le riforme.

Non ho riserve a essere definito “pro-Italia”, perché vorrebbe dire essere “pro-Europa”. Sono pro-Italia, o pro-Francia, o pro-Spagna, sono anche pro-Germania. Siamo tutti nella stessa barca.

Pensando come politico, immagina o teme tensioni sociali, alla fine della pandemia?

Quando ero ministro mi chiamavano “tecnocrate”, e ora mi chiedono di parlare come “politico!”. Così è la vita (sorride, nda). Ora, seriamente: questa crisi lascerà delle cicatrici e noi dobbiamo minimizzare il danno potenziale. Per questo l’azione in termini di politica fiscale deve essere rilevante. La nuova realtà sarà più complessa, perché il Pil calerà in modo significativo e ci sarà un impatto sull’occupazione e sugli standard di vita degli europei. Il principale antidoto non sarà la politica monetaria - che certo noi condurremo consapevoli di non essere onnipotenti -, ma l’azione di riforma e di bilancio dei governi. Il nostro lavoro tenderà anche a ridurre l’effetto sulle diseguaglianze.

Parliamo di banche. Avete evitato una stretta creditizia. Ma le banche sono state criticate per la lentezza nel fornire liquidità alle imprese.

Le banche non hanno colpe in questa crisi, ma devono essere parte della soluzione. Lo shock ha creato incertezza e il timore di un crollo dei mercati finanziari. L’esigenza di evitare una stretta del credito ha richiesto la combinazione di due fattori: far arrivare liquidità alle banche, cosa che abbiamo fatto; attivare gli schemi di garanzia pubblici, necessari per assicurare i fondi alle imprese. In effetti, all’inizio c’erano molti dubbi, anche problemi burocratici. Non era una missione facile. Ora, tuttavia, le garanzie nazionali hanno cominciato a funzionare. La liquidità sta circolando. Abbiamo evitato il peggio.

Il ritorno del virus, potrebbe far esplodere le sofferenze bancarie (o Non-performing loan, Npl).

Secondo analisi dello staff i programmi di garanzia pubblica per l’accesso al credito privato, se pienamente utilizzati, potrebbero far assorbire al settore pubblico circa il 30% delle perdite delle banche. L’impatto degli Npl sarebbe ridotto, anche nel caso in cui gli NPL dovessero aumentare.

La redditività delle banche è molto bassa e probabilmente la crisi avrà un ulteriore impatto negativo. Una prima misura a supporto del sistema bancario sarebbe il completamento dell’Unione bancaria con l’approvazione del terzo pilastro che manca. Vale a dire, lo schema comune di garanzia dei depositi (EDIS). Rassicurerebbe i cittadini, i risparmiatori e i mercati. Spero si possa fare presto.

Crede sia necessario aumentare i requisiti di capitali delle banche?

In questo momento di emergenza temporanea, si va nella direzione opposta. La BCE ha allentato temporaneamente i requisiti di capitali sulle banche, che sono arrivate alla crisi in una posizione migliore rispetto alla crisi precedente. Chiediamo che i nuovi margini vengano utilizzati per effettuare prestiti ed evitare la stretta creditizia. La posizione di capitale più solida, insieme ai cuscinetti (buffers), deve essere usata per sostenere l’economia.

Ci sono troppe banche? Serve un consolidamento?

Le banche devono affrontare il problema della bassa redditività che, per il sistema europeo, è estremamente contenuta, e subirà gli effetti della crisi. Devono duplicare, o triplicare, gli sforzi per ridurre i costi, modificare la struttura e aumentare l’efficienza. Alla fine, è un processo che richiede un consolidamento. Sarà la chiave a livello nazionale per i piccoli e medi istituti di credito, ma anche a quello europeo, per le più grandi.

Si parla di una bad bank per le sofferenze, i crediti Npl. Che ne pensa?

È necessario avere chiare le priorità. La prima, è il completamento dell’Unione bancaria, con il terzo pilastro. Riprendere e concludere la discussione su EDIS sarebbe un segnale molto forte. Poi, si possono pensare altre soluzioni. Quando ero ministro dell’Economia in Spagna, la bad bank si è dimostrata un valido strumento. Prima, però, ci sono altre cose da fare. La discussione è prematura.

Guardiamo avanti. Si iscrive al partito del “new normal” a fine pandemia?

“Non mi piace parlare di “new normal”. Il normale è normale. C’è il nuovo e il vecchio. Preferisco immaginare una nuova realtà. Abbiamo imparato molto dalla minaccia del virus e dalle sue conseguenze sulla globalizzazione. Sono favorevole a quest’ultima, ma ha i suoi pro e contro, soprattutto perché oggi una pandemia si diffonde più rapidamente. Abbiamo imparato l’importanza del ruolo del sistema sanitario. Che l’economia mondiale non era pronta al lockdown. Che bisogna ragionare sulla sicurezza della catena globale degli scambi. Sono certo che sarà presto trovato il vaccino. Il mondo sarà più digitale, porterà vantaggi ma anche avrà conseguenze sulle diseguaglianze. L’Europa avrà un vantaggio competitivo in termini di lotta all’emergenza climatica. Tutto sommato, avremo una “nuova realtà” e non un “new normal”, che spero sia il più simile possibile alla “vecchia normalità”.

Cosa le è mancato di più durante il lockdown.

L’esperienza più nuova è stata quella di non incontrare gli amici. Mi è mancato il calcio e l’Atletico Madrid. Ma soprattutto, le mie due nipoti.

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