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Intervento alla presentazione del libro di Fabio Corsico e Paolo Messa: Da Frankenstein a principe azzurro. Le Fondazioni bancarie tra passato e futuro

Discorso di Lorenzo Bini Smaghi, Membro del Comitato esecutivo della BCE,
Fondazione Corriere della Sera
Milano, 28 marzo 2011

Il libro di Corsico e Messa è particolarmente stimolante e affronta tematiche di grande interesse nel dibattito che si svolge attualmente in Italia e in altri paesi europei sul ruolo del sistema bancario dopo la crisi. Affronta anche una tematica puramente italiana, che riguarda il ruolo delle Fondazioni bancarie nella nostra società.

Dividerò le mie osservazioni in due parti, la prima sul sistema bancario e la seconda sul ruolo delle Fondazioni come strumento di sviluppo, affrontando ciascuna con due cappelli diversi: il primo è quello del banchiere centrale; il secondo quello di Presidente di una Fondazione culturale.

Comincio dalla prima parte, che riguarda il sistema bancario italiano, prendendo spunto soprattutto dal capitolo 4 del libro di Corsico e Messa su “ Il futuro e l’interesse nazionale”.

La prospettiva – come indicavo prima - è quella del banchiere centrale europeo, che guarda dall’esterno a un dibattito che ha varie dimensioni ma forse anche alcune contraddizioni che vorrei evidenziare.

Nel capitolo in questione, gli autori si chiedono come quadrare il seguente cerchio - o meglio, il seguente triangolo - composto dai seguenti tre sviluppi che si prospettano nei prossimi anni:

1. Le banche avranno bisogno di più capitale, non solo per soddisfare i requisiti di Basilea III, ma anche – e soprattutto - perché altrimenti non riusciranno ad emettere sul mercato titoli a medio-lungo termine in quantità sufficiente per finanziare in modo adeguato l’economia italiana.

2. I dividendi che le banche distribuiranno ai loro azionisti saranno tendenzialmente più contenuti rispetto al passato, per due motivi:

  • La generale riduzione della redditività bancaria in vista del minor rischio che potranno prendere le banche.

  • L’utilizzo degli utili per aumentare il capitale.

3. Gli azionisti, tra cui le Fondazioni, si troveranno di fronte al seguente dilemma, tra:

  • Contribuire agli aumenti di capitale, riducendo però in questo modo le erogazioni di fondi a favore di iniziative sul territorio, oppure

  • Diluire la loro partecipazione nelle banche e far entrare nuovi azionisti.

Una soluzione che viene palesata nel libro di Corsico e Messa per cercare di quadrare il cerchio è la dismissione di alcune attività non-core delle banche, come ad esempio quelle dell’asset management. In questo modo, l’obiettivo di migliorare il coefficiente patrimoniale viene raggiunto attraverso la riduzione dell’attivo invece che con un aumento del capitale.

A proposito di questa ipotesi, gli autori si pongono la seguente domanda: “ Chi può comprare?”, sottintendendo “ se non investitori esteri?”

Prima di rispondere a questa domanda, vorrei porne un’altra, a mio avviso propedeutica: “L’ipotesi ventilata nel libro, corrisponde all’interesse nazionale?”

Parlare di interesse nazionale rischia di imbarcarci in discorsi troppo lunghi, ma mi sembra importante chiarire un aspetto metodologico che talvolta sembra sfuggire nel dibattito attuale. Per parlare di interesse nazionale non ci si può accontentare di identificare una serie di obiettivi, e il ruolo che può eventualmente svolgere il sistema bancario nel raggiungerli, ma anche prendere in considerazione i vincoli che caratterizzano la situazione economica italiana – vincoli che spesso vengono dimenticati.

Partendo dagli obiettivi, possiamo probabilmente concordare che quello principale è la crescita economica in senso lato. A tal fine è necessario un sistema bancario caratterizzato soprattutto da due aspetti:

  1. Efficienza, ossia un sistema che consenta di sostenere le imprese che hanno capacità di creare valore e di competere a livello internazionale.

  2. Stabilità, cioè un sistema che disponga di patrimonio adeguato, in grado di far fronte a periodi di difficoltà senza gravare sui contribuenti.

Su questo punto penso sia facile trovare un consenso, anche se il trade-off tra efficienza e stabilità può essere oggetto di discussione.

Veniamo al vincolo, di cui spesso ci si dimentica, che esprimo sotto forma di domanda: Ci sono in Italia i capitali sufficienti per consentire alle banche italiane di contribuire agli obbiettivi che ho appena citato?

La risposta a questa domanda deve tener conto di due fattori che giocano in senso negativo.

Il primo fattore è che negli anni recenti il risparmio interno è stato assorbito in misura crescente dal debito pubblico, aumentato di oltre 15 punti percentuali rispetto al PIL negli ultimi tre anni. Tale assorbimento ha riguardato anche i finanziamenti del settore bancario, che è stato utilizzato in misura maggiore per finanziare il settore pubblico. Se da un lato tale sviluppo ha contribuito ad attutire le tensioni sui mercati dei titoli di stato e a limitare il contagio proveniente dalla crisi del debito sovrano in alcuni paesi dell’area dell’euro, dall’altro lato ciò ha prodotto un effetto di spiazzamento sui finanziamenti indirizzati al settore privato.

Il secondo motivo è che la perdita di competitività accumulata dall’Italia nell’ultimo decennio ha contribuito a determinare un disavanzo dei pagamenti correnti con l’estero, che deve essere finanziato con afflussi di capitale. Dall’inizio dell’euro al 2010 la posizione debitoria netta nei confronti con l’estero è raddoppiata, da circa 150 a 300 miliardi di euro. Questo è il risultato del progressivo deterioramento del saldo delle partite correnti, da un sostanziale equilibrio nel 1999 ad un disavanzo di circa il 3,5% del Pil nel 2010, un disavanzo che è previsto continuare nei prossimi anni, anche se in lieve diminuzione.

Ciò significa che per crescere l’Italia ha avuto bisogno, e continuerà ad aver bisogno di un afflusso di capitali esteri. In altre parole, senza capitali l’Italia cresce di meno. Questo è il vincolo macroeconomico che spesso viene dimenticato, in particolare nelle analisi sul ruolo degli investimenti esteri.

Se si accettano queste premesse - cioè che l’Italia avrà bisogno di capitali esteri per crescere - ci si può chiedere in quali settori è opportuno attrarre i capitali stranieri, tenendo conto ovviamente del fatto che gli investitori internazionali hanno le loro preferenze e non possono certo essere obbligati ad investire in settori nei quali non sono interessati.

Se l’obiettivo è quello di aumentare il potenziale di crescita dell’economia italiana, potrebbe essere opportuno che i capitali esteri finanzino principalmente investimenti produttivi, nei settori esposti alla concorrenza internazionale, il cui sviluppo nel tempo dovrebbe consentire di migliorare la bilancia commerciale e dunque, in prospettiva, di ridurre la dipendenza dai capitali esteri. Questo obiettivo può essere raggiunto direttamente, attirando investimenti diretti esteri nei settori più produttivi dell’economia italiana, oppure indirettamente, indirizzandoli verso settori che consentono di liberare risorse finanziarie nazionali che possono essere dedicate direttamente agli investimenti produttivi di cui parlavo prima.

Proprio a proposito di questo meccanismo indiretto di attrazione dei capitali esteri, vorrei tornare all’ipotesi di Corsico e Messa riguardo che le banche italiane vendano, anche all’estero, le loro attività non-core, ad esempio la gestione del risparmio.

Questa ipotesi solleva due tipi di problemi.

Innanzitutto, bisogna chiedersi se le attività non-core delle banche, come la gestione del risparmio, siano in effetti attività non-core anche per il paese nel suo insieme. In altri termini, cosa succede se il risparmio finanziario delle famiglie italiane viene gestito in larga parte da soggetti stranieri? Quali sono le implicazioni in termini di stabilità finanziaria per il paese, in particolare se i soggetti esteri che gestiscono il risparmio sono sottoposti a norme di vigilanza meno stringenti di quelle nazionali?

Il secondo problema che questa ipotesi mette in evidenza è che la dismissione delle attività non-core non servirebbe per creare spazio a nuove attività cosiddette core, legate in particolare al sostegno delle aziende italiane nella concorrenza internazionale. Il risultato sarebbe invece quello di ridurre l’attività del sistema bancario, in modo da poter raggiungere i nuovi coefficienti patrimoniali senza nuove iniezioni di capitale. Questo consentirebbe agli azionisti delle banche di non diluire le loro partecipazioni e di continuare a ricevere i dividendi previsti senza che questi vengano trattenuti a fini patrimoniali.

In sintesi, questo tipo di operazione determinerebbe una situazione in cui le banche italiane avrebbero dimensioni minori, in termini di attivo, e avrebbero dunque una minor capacità di sostenere la crescita delle aziende italiane all’estero. Questa prospettiva desta preoccupazione, anche alla luce del confronto tra la struttura del sistema bancario italiano con quello di altri paesi. Non si può non notare, infatti, che nel confronto con i nostri principali partner europei – come la Spagna, la Francia, la Germania, o il Regno Unito - mancano in Italia banche veramente globali, in grado di fornire una gamma completa di servizi alle aziende italiane che hanno maggior bisogno di crescere sopratutto nelle aree più dinamiche del mondo, come l’Asia e l’America latina.

Uno scenario in cui, per adeguarsi ai nuovi parametri patrimoniali le banche italiane riducono le loro attività, non mi sembra essere nell’interesse nazionale. D’altro canto, se l’operatività del sistema bancario italiano a supporto delle aziende deve aumentare, ci si deve chiedere con quali capitali questo obiettivo può essere raggiunto. Qui si pone la questione dei capitali esteri.

La domanda da porsi, alla luce dell’obiettivo e dei vincoli di cui ho parlato prima, può essere riformulata nel modo seguente: meglio accettare una maggior partecipazione estera nel capitale delle banche italiane – o di alcune banche - se questa è la condizione necessaria per farle crescere, oppure assecondare una riduzione della dimensione e dell’operatività di queste banche, purché il controllo rimanga interamente italiano?

Questa domanda si pone per il settore bancario ma anche per gli altri settori rilevanti dell’economia italiana.

Per rispondere alla domanda che ho posto è importante confrontare l’operatività delle banche italiane e di quelle estere in Italia, per verificare eventuali differenze di comportamento in particolare per quel che riguarda gli obiettivi sottostanti all’interesse nazionale.

I dati sembrano indicare che non ci sono differenze sostanziali, ossia che le banche di proprietà estera sostengono e finanziano le aziende italiane in modo comparabile alle banche italiane. In alcuni settori, come il credito al consumo, il project financing, i prestiti sindacati, l’attività di investment banking, le banche a capitale estero hanno addirittura una quota di mercato preponderante.

Il tema è complesso e evidentemente non può essere svolto in tempi così brevi. Il concetto che ho voluto introdurre nel dibattito riguarda il vincolo interno ed esterno alla crescita. Il succo della tesi che ho voluto sviluppare è che con il solo risparmio proprio l’economia italiana non può, nel breve periodo, aumentare la propria crescita potenziale. Sono necessari capitali esteri. Il tema non è dunque se averli o non averli, ma dove meglio indirizzarli.

E se i capitali nazionali, intermediati dalle istituzioni finanziarie italiane, vengono utilizzati in settori meno competitivi, protetti dalla concorrenza internazionale, oppure se sono mirati ad affrontare situazioni di dissesto aziendale, magari con fini assistenzialistici, diventa inevitabile che i capitali esteri trovino uno sbocco naturale nei settori più competitivi e vadano a finanziare le aziende italiane migliori, più sane, che maggiormente hanno la capacità di crescere nel contesto internazionale.

Cambio ora di cappello, per indossare quello di Presidente della Fondazione Palazzo Strozzi di Firenze, per affrontare il secondo tema.

Le Fondazioni bancarie svolgono un ruolo essenziale nella promozione delle attività culturali e nella salvaguardia del patrimonio artistico in Italia. Senza il loro apporto, la situazione dei beni culturali sarebbe drammatica, anche in vista delle restrizioni cui sono sottoposti i fondi di bilancio pubblico dedicati alla cultura.

Per avere un livello qualitativo elevato, le attività culturali hanno bisogno di tempi di preparazione lunghi. Per organizzare una mostra, un programma sinfonico o operistico di livello internazionale sono necessari almeno tre anni di lavoro. Questo tipo di programmazione è molto difficile in Italia perché non c’è certezza delle disponibilità finanziarie, pubbliche e private, fino a pochi mesi prima dell’evento. Nel caso dei fondi pubblici sono troppe le incertezze legate al varo della legge di bilancio e su come verranno distribuiti i tagli, e successivamente le lungaggini burocratiche negli esborsi di fondi. Nel caso dei fondi privati, in particolare quelli delle Fondazioni bancarie, le incertezze riguardano i fondi disponibili per i vari programmi che dipendono di anno in anno dai bilanci bancari.

Date queste incertezze, ci sono dei margini per rendere più efficaci gli interventi effettuati dalle Fondazioni, in particolare per quel che riguarda:

  • l’esigenza di ridurre la variabilità anno per anno delle erogazioni. Ciò può essere effettuato in vari modi, utilizzando in particolare strumenti finanziari per ridurre il rischio, applicando riserve o diversificando il portafoglio delle partecipazioni.

  • la capacità di programmare a medio termine, stabilendo rapporti di lunga durata con gli enti e le iniziative più promettenti.

  • la possibilità di utilizzare le scarse risorse erogate dalle Fondazioni come incentivo affinché i destinatari cerchino fonti di finanziamento private complementari, secondo principi di matching funds oramai sviluppati nel settore del fund raising.

  • la capacità di valutare l’efficacia delle iniziative finanziate secondo criteri oggettivi e ben definiti.

Vorrei soffermarmi brevemente su questo ultimo aspetto, perché in Italia c’è ancora una tradizione limitata di rendicontazione sistematica da parte di chi riceve finanziamenti per attività culturali, scientifiche o anche di assistenza sociale, che sono le attività tipiche finanziate dalle Fondazioni. Data la scarsità di fondi, è necessario invece procedere rapidamente nell’adozione, da parte degli Enti che erogano finanziamenti, di procedure di valutazione basate su criteri misurabili e verificabili.

Sulla base della mia esperienza alla Fondazione Palazzo Strozzi, penso che sia particolarmente utile che le Fondazioni si dotino di simili procedure, che possono basarsi su tre criteri principali.

Il primo è la qualità del prodotto finanziato, che può essere verificato secondo sistemi di valutazione standardizzati (customer satisfaction, recensioni critiche,…).

Il secondo è il criterio finanziario, in termini di equilibrio dei conti e di ripartizione tra le varie fonti di finanziamento. Ad esempio, uno dei problemi degli enti culturali italiani è il tasso relativamente basso dei ricavi propri e dei finanziamenti privati. Condizionare i finanziamenti erogati dalle Fondazioni al raggiungimento di certi risultati in termini di co-finanziamenti e di ricavi (finanziari oppure in termini di brevetti per la ricerca scientifica), costituisce uno stimolo per il beneficiario a cercare altre forme di finanziamento.

Il terzo criterio è l’indotto sul territorio. Essendo le Fondazioni una delle fonti principali di finanziamento delle attività culturali, scientifiche e assistenziali, è legittimo da parte loro chiedere quale sia l’effetto complessivo sull’attività economica del territorio in cui operano. Anche in questo caso esistono delle metodologie di calcolo consolidate, che possono essere utilizzate. Queste metodologie consentono di valutare non solo la ricaduta dei finanziamenti ma anche l’effetto moltiplicatore sull’attività delle varie categorie professionali. Ad esempio, da qualche anno Boston Consulting valuta l’indotto delle attività svolte da Palazzo Strozzi sul territorio fiorentino, che nel 2010 è stato stimato in oltre 25 milioni di euro. Questa valutazione consente ai soci della Fondazione, in particolare quelli pubblici (Comune, Provincia e Camera di Commercio) di verificare l’effetto moltiplicatore (nel caso della FPS superiore a 10), che i loro finanziamenti alla Fondazione producono sull’economia locale.

Questo tipo di rendicontazione consente di migliorare il governo delle istituzioni che vengono finanziate e in ultima istanza di aumentarne l’efficienza.

In sintesi, le Fondazioni bancarie hanno, in questa fase di ristrettezze economiche, la grande opportunità di contribuire non solo allo sviluppo economico e sociale dei territori in cui operano, ma anche a cambiare il modo in cui vengono gestite importanti istituzioni culturali, scientifiche e assistenziali, in un momento in cui c’è bisogno di una forte iniezione di meritocrazia.

Farsi sfuggire questa occasione sarebbe un vero peccato.

Grazie per l’attenzione.

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