Il successo dell’euro e il suo impatto sulle imprese europee

Discorso di Jean-Claude Trichet, Presidente della BCE, al Convegno sulle piccole imprese organizzato da Confindustria, Bari, Italia, 18 marzo 2005.

Signore, Signori,

è per me un grande piacere contribuire oggi al dibattito sulle sfide poste alle imprese italiane ed europee dalla crescente concorrenza internazionale.

Circa centoquaranta anni fa Italia, Francia, Belgio e Svizzera diedero vita all’Unione monetaria latina al fine di accrescere la concorrenza, gli scambi commerciali e, in ultima analisi, il benessere. L’unione si fondava sull’accettazione reciproca delle monete in oro e in argento dei rispettivi paesi. L’esperimento tuttavia fallì. Dopo un lungo periodo di forti oscillazioni del valore relativo delle monete, accompagnate da elevata instabilità macroeconomica nei paesi aderenti, l’Unione monetaria latina venne sciolta al termine della prima guerra mondiale.

Quale lezione possiamo trarre da questa prima esperienza? E quali sono state le carenze di questo progetto? A mio avviso mancavano quattro elementi fondamentali: stabilità politica, un mercato comune, criteri di convergenza e una banca centrale comune. Per la realizzazione dell’Unione monetaria latina non era stato svolto alcun preparativo sul piano macroeconomico e fiscale, né era stata creata una banca centrale comune che mettesse in atto le più basilari misure di controllo valutario congiunto. A ottantacinque anni dalla fine dell’unione possiamo affermare di avere imparato dall’esperienza passata.

In un quadro caratterizzato da stabilità politica, quaranta anni di integrazione economica, commerciale e finanziaria hanno aperto la strada all’Unione monetaria europea.

Stabilità dei prezzi e solide politiche di bilancio hanno costituito il fondamento dell’Unione economica e monetaria negli ultimi sei anni e vanno pertanto preservate anche in futuro. Quest’oggi mi soffermerò in primo luogo su quelli che considero i principali successi dell’euro per le imprese e, più in generale, per i cittadini europei. In estrema sintesi, stabilità macroeconomica, integrazione finanziaria ed efficienza economica rappresentano importanti conquiste dell’Unione monetaria, indispensabili al fine di promuovere la crescita economica e la creazione di occupazione da parte delle imprese europee.

In secondo luogo, mi soffermerò sulle aree che necessitano ancora di riforme volte a migliorare la competitività e quindi a favorire una crescita economica sostenibile. La stabilità monetaria e un contesto economico più aperto, efficiente e concorrenziale richiedono importanti iniziative complementari da parte dei responsabili delle politiche economiche nazionali. Mi riferisco al bisogno urgente di completare il processo di attuazione delle riforme strutturali, principalmente nei mercati del lavoro, dei beni e servizi e dei capitali.

Inizio ora a illustrare i principali successi dell’euro realizzati finora.

I successi dell’euro

A sei anni dall’avvio dell’Unione monetaria abbiamo già conseguito notevoli risultati su diversi fronti.

Innanzitutto, l’euro rappresenta di per sé un successo dal punto di vista tecnico. L’integrazione dei mercati monetari ha reso possibile la regolare conduzione della politica monetaria unica dai primi giorni del gennaio 1999. L’introduzione dell’euro ha trasformato profondamente i mercati finanziari europei e ha conferito maggiore impulso alla tendenza mondiale degli ultimi dieci anni verso una maggiore integrazione dei mercati dei capitali. La moneta unica ha permesso di smantellare le barriere alle transazioni transfrontaliere e di migliorare le opportunità di diversificazione dei rischi. L’eliminazione del rischio di cambio ha accresciuto lo spessore e l’ampiezza dei mercati dei capitali promuovendo l’innovazione finanziaria. Nell’area dell’euro i rendimenti dei titoli di Stato sono divenuti quasi perfettamente correlati e le evidenze confermano la maggiore integrazione dei mercati azionari dell’area rispetto ad altre regioni.[[1]] La moneta unica ha avuto un impatto particolarmente significativo sul mercato europeo delle obbligazioni societarie, facendo aumentare notevolmente il numero di imprese di medie dimensioni che collocano emissioni in paesi diversi da quelli in cui hanno sede. L’integrazione finanziaria ha giovato anche all’Italia: fra il 1999 e il 2003 i fondi raccolti direttamente sul mercato da società emittenti azioni, obbligazioni e altri strumenti sono passati, in termini di volume, da 31 a 65 miliardi di euro. Nello stesso periodo l’ammontare della ricchezza finanziaria delle famiglie italiane sotto forma di titoli societari è cresciuto dal 22 al 36 per cento del PIL.

L’integrazione dei mercati dei capitali ha agevolato il consolidamento delle strutture finanziarie, intensificando i collegamenti transfrontalieri tra imprese. Ne sono un esempio i cospicui flussi di investimenti diretti esteri tra i paesi dell’area dell’euro registrati negli ultimi anni.

Il secondo importante successo della moneta unica riguarda la convergenza dei tassi d’interesse di mercato a lungo termine verso quelli dei paesi che hanno conseguito i risultati migliori in termini di credibilità e di livello contenuto dei tassi. Nella maggior parte dei paesi, tra cui l’Italia, questa convergenza ha generato una notevole riduzione dei costi di finanziamento, creando un contesto favorevole alla crescita e all’occupazione. Grazie alla politica macroeconomica orientata alla stabilità e al suo assetto incentrato sulla stabilità dei prezzi e su politiche di bilancio solide – elementi che mancavano all’Unione monetaria latina – i premi al rischio sono diminuiti e le aspettative di inflazione si sono stabilizzate su bassi livelli. Ora l’economia dell’area dell’euro beneficia di benchmark per i tassi d’interesse di mercato a lungo termine inferiori al 4 per cento, livelli sconosciuti alla maggior parte degli emittenti negli ultimi cinquanta anni. In Italia il differenziale di interesse a dieci anni rispetto ai paesi che hanno conseguito i risultati migliori è sceso da 4,5 punti percentuali agli inizi del 1996 a 0,3 nei primi mesi del 1998 e a 0,2 alla fine del 2004 (cfr. figura 1). Queste due importanti conquiste devono essere preservate anche in futuro dalle politiche economiche.

Come terzo punto menzionerò il successo dell’euro nel migliorare la capacità di risposta delle economie dell’area alle crisi finanziarie. Anche a questo riguardo, le imprese europee, tra cui quelle italiane, hanno ampiamente beneficiato dei vantaggi dell’euro. Tra gli anni settanta e la metà degli anni novanta, in Italia, come in molti altri paesi europei, vi sono stati diversi episodi di elevata volatilità dei tassi di cambio e di interesse. Senza la moneta unica gli shock degli ultimi anni – quali le turbolenze innescate dagli attentati terroristici dell’11 settembre o le oscillazioni sui mercati valutari e borsistici internazionali – avrebbero indotto ulteriore instabilità in Europa e in molte economie dell’area dell’euro, tra cui quella italiana. Ciò, naturalmente, non significa che i fattori esterni abbiano cessato di svolgere un ruolo importante nel determinare gli andamenti economici dei paesi dell’Unione monetaria. Tuttavia, le economie dell’area dell’euro hanno mostrato una migliore capacità di risposta agli shock esogeni nella fase di rallentamento fra il 2001 e il 2003 rispetto ai primi anni novanta; nel primo caso tali shock erano principalmente riconducibili alla correzione delle quotazioni dei mercati azionari e all’instabilità finanziaria, mentre nel secondo alla volatilità dei tassi di cambio.

In quarto luogo, vorrei soffermarmi sulla convergenza dei tassi di inflazione verso livelli contenuti grazie all’adozione di politiche macroeconomiche orientate alla stabilità. Negli anni novanta, era stato già conseguito un notevole grado di convergenza tra i paesi dell’area grazie ai preparativi per l’Unione monetaria e questo processo è proseguito dopo il suo avvio. La dispersione dei tassi di inflazione, misurata dalla deviazione standard, si è più che dimezzata nel periodo 1999-2004 rispetto agli anni precedenti. Livelli di inflazione bassi e stabili rappresentano un risultato fondamentale per l’intera area dell’euro e per l’Italia. Nel 1996 quest’ultima registrava un tasso di inflazione del 4 per cento, contro una media del 2,3 nei paesi ora aderenti all’area. Successivamente il differenziale di inflazione con la media dell’area dell’euro si è ridotto in misura significativa, malgrado i numerosi shock avversi che hanno colpito l’Italia e l’insieme dell’area negli ultimi anni (cfr. figura 2). Fra il 1999 e il 2004 l’inflazione italiana si è collocata in media al 2,4 per cento, a fronte del 2 per cento dell’area dell’euro.

Fra il 2001 e il 2003 si è osservato in Italia un marcato incremento dell’inflazione percepita (cfr. figura 3). Questo concetto è inteso a misurare le variazioni del tasso di inflazione che i consumatori ritengono si siano verificate nel recente passato. Solitamente si osserva una buona correlazione fra gli andamenti dell’inflazione effettiva e l’evoluzione dell’inflazione percepita, a indicare che i consumatori hanno una percezione relativamente corretta delle variazioni del loro potere d’acquisto. In Italia e in alcuni altri paesi gli andamenti dell’inflazione effettiva e di quella percepita hanno iniziato a divergere dopo l’introduzione dell’euro. Questo aspetto non va certo ignorato, in quanto ciò che i consumatori decidono di spendere dipende dalla percezione del loro reddito reale; tuttavia, è opportuno rilevare il carattere temporaneo del fenomeno, come pure il fatto che nell’ultimo anno e mezzo il differenziale tra inflazione effettiva e inflazione percepita si è assottigliato in misura notevole.

Nonostante i molti shock avversi che negli scorsi anni hanno colpito l’area dell’euro, ha prevalso un contesto di stabilità dei prezzi. Il successo della moneta unica nel mantenere prezzi stabili e nell’ancorare le aspettative di inflazione nell’area va interpretato alla luce dell’assetto istituzionale europeo e dei principi seguiti dalla Banca centrale europea. Innanzitutto, la BCE è indipendente e ha il chiaro mandato, assegnatole da Trattato, di perseguire la stabilità dei prezzi. Secondariamente, la BCE ha reso pubblica una definizione aritmetica di stabilità dei prezzi, che corrisponde a un tasso di inflazione inferiore e prossimo al 2 per cento. Infine, l’orientamento di medio periodo e la nostra concezione di politica monetaria contribuisce ad ancorare saldamente le aspettative di inflazione a medio-lungo termine, in linea con la nostra definizione di stabilità dei prezzi.

Il contributo migliore che la politica monetaria può offrire alla crescita economica è il mantenimento della stabilità dei prezzi. Quest’ultima assicura la trasparenza del meccanismo di formazione dei prezzi relativi, favorendo in tal modo l’efficiente allocazione delle risorse. Livelli stabili e contenuti di inflazione sostengono i consumi privati attraverso l’impatto positivo sul valore reale dei redditi e della ricchezza delle famiglie. La stabilità dei prezzi riduce i costi di indebitamento dei singoli individui e delle imprese, mentre l’inflazione, come tutti sappiamo, erode il potere d’acquisto dei rendimenti nominali sui contratti di prestito e sulle obbligazioni a lungo termine. In presenza di elevata inflazione e di incertezza sulla sua evoluzione, i risparmiatori o i prestatori richiederebbero un tasso di rendimento più alto dai prenditori, per compensare i maggiori rischi connessi ai timori sul futuro andamento dell’inflazione. Il premio per il rischio di inflazione implica che in un’economia con elevati tassi di incremento dei prezzi sarà più conveniente avviare meno progetti di investimento. In tali circostanze, l’accumulo di capitale sarà inferiore rispetto a una situazione di stabilità dei prezzi e il tasso di crescita del prodotto potenziale risulterà pertanto ridotto.

La sfida della crescita economica

Passo ora a esaminare alcuni problemi che devono ancora essere risolti. L’Unione economica e monetaria ha assicurato la stabilità macroeconomica, promosso l’integrazione finanziaria e prodotto la convergenza dei tassi di inflazione e di interesse verso bassi livelli. A questo punto è lecito chiedersi: perché malgrado ciò la crescita economica è rimasta modesta? In precedenza ho già accennato la mia risposta, riferendomi alla necessità di completare le riforme strutturali, ora vorrei approfondire questo argomento.

In primo luogo, l’esigenza di promuovere la crescita economica in modo sostenibile rappresenta una sfida comune per la maggior parte dei paesi dell’area dell’euro e per l’insieme dell’area. La necessità di introdurre cambiamenti dal lato dell’offerta per aumentare la crescita del prodotto potenziale costituisce una sfida comune per la maggior parte dei paesi europei. Nell’ultimo decennio l’incremento del PIL in termini reali si è collocato in media appena al 2,1 per cento nell’area dell’euro (cfr. tavola 1), un valore di molto inferiore al 3,4 per cento degli Stati Uniti.

In secondo luogo, la competitività rappresenta uno degli elementi essenziali per raggiungere una crescita sostenibile. Negli ultimi anni le imprese dell’area dell’euro si sono trovate a fronteggiare una maggiore concorrenza internazionale, specialmente da parte dei produttori a basso costo delle assai dinamiche economie asiatiche, ma anche dei nuovi Stati membri dell’UE. Per questa ragione il costo del lavoro per unità di prodotto è un indicatore rilevante, in particolare per un area monetaria unica. Prendiamo, tra i tanti esempi che può offrire l’area dell’euro, la situazione italiana. In Italia il costo nominale del lavoro per unità di prodotto nel complesso dell’economia e soprattutto nel settore manifatturiero – il più orientato all’esportazione – ha segnato un aumento sensibilmente più rapido che nell’insieme dell’area dell’euro. Per citare alcuni dati, negli ultimi sei anni in Italia il tasso di crescita cumulato del costo del lavoro per unità di prodotto nel settore manifatturiero è stato pari al 15,7 per cento, a fronte di una media del 3,1 per cento nell’area dell’euro (cfr. tavola 2 a). Che cosa ha provocato questo forte aumento? Da un lato, il tasso di crescita cumulato della retribuzione per occupato è stato pari al 16,7 per cento, dall’altro, quello della produttività del lavoro è stato pari all’1,1 per cento. Sembra che nel meccanismo di formazione dei salari vi sia qualcosa che impedisce all’andamento delle retribuzioni di avvicinarsi alla dinamica della produttività. Inoltre, la protratta debolezza della crescita della produttività del lavoro deve essere connessa a difficoltà intrinseche nell’impiego efficiente del lavoro e del capitale, probabilmente dovute alla mancanza di innovazione. Quali sono le cause di queste difficoltà? Recentemente diversi rapporti esaustivi[[2]], in particolare della Banca d’Italia, dell’ISTAT, della Confindustria e di vari centri di ricerca del paese, hanno evidenziato una vasta gamma di fattori istituzionali ed economici alla base del problema della produttività del lavoro e della competitività in Italia. Tali fattori, alcuni dei quali saranno trattati oggi e domani nel corso del convegno, includono le rigidità nei mercati dei beni e servizi e del lavoro, aspetti particolari del sistema finanziario e della corporate governance nonché l’esiguità della spesa destinata a ricerca e sviluppo.

Tutti questi elementi hanno senza dubbio ostacolato gli sforzi delle imprese italiane per accrescere le loro dimensioni e migliorare la competitività attraverso l’innovazione dei prodotti e la riallocazione delle risorse a favore di settori nuovi e più dinamici[[3]].

La mancanza di innovazione potrebbe essere in parte legata alla modesta dimensione delle imprese, che rimane una delle caratteristiche predominanti del sistema industriale italiano. È utile segnalare a questo proposito, come il contesto in cui operano le aziende continui a ostacolare l’espansione delle dimensioni delle società, la creazione di nuove e più efficienti imprese, nonché la crescita della produttività. I costi connessi all’avvio e alla chiusura di un’attività imprenditoriale e i tempi necessari a completare l’iter giuridico per l’esecuzione dei contratti restano di molto superiori alla media dell’area dell’euro[[4]] (cfr. tavola 3).

Tali considerazioni mi portano ad affrontare il terzo e ultimo punto: le rigidità strutturali hanno rallentato la reazione delle imprese europee ai cambiamenti strutturali dei processi produttivi. Di conseguenza, molte economie europee, a differenza di economie più flessibili sulla scena internazionale, non hanno sfruttato appieno i vantaggi derivanti dai progressi tecnologici degli ultimi dieci-quindici anni, né hanno adeguato il quadro economico, sociale e giuridico per far fronte alle nuove sfide poste da un’economia mondiale in rapida evoluzione.

L’urgenza di attuare riforme strutturali è stata enfatizzata a livello europeo lo scorso febbraio, quando la Commissione europea ha proposto una partnership per la crescita e l’occupazione[[5]] quale nucleo di una rinnovata strategia di Lisbona, presentando un programma di interventi prioritari. Questi possono essere riassunti in tre gruppi principali: 1) accrescere l’ampiezza e lo spessore del mercato unico; 2) realizzare migliori infrastrutture, promuovere gli investimenti in ricerca e sviluppo e favorire l’innovazione; 3) attrarre più persone nel mercato del lavoro, accrescere la flessibilità di tale mercato e gli investimenti nel capitale umano attraverso un’istruzione e competenze migliori.

Vorrei illustrare in maggior dettaglio questo elenco di priorità. L’obiettivo di accrescere l’ampiezza e lo spessore del mercato unico comporta l’eliminazione dalle normative nazionali delle barriere all’entrata nel mercato che continuano a ostacolare la concorrenza. Tale traguardo richiederebbe inoltre il miglioramento delle normative nazionali ed europee in termini di semplificazione, di qualità della legislazione e di riduzione dei costi amministrativi. Per soddisfare l’esigenza di promuovere conoscenza e innovazione sono necessari una spesa pubblica più efficace e maggiori incentivi alle imprese affinché investano in innovazione e ricerca e sviluppo. La necessità di attrarre più persone nel mercato del lavoro significa per molti paesi riconsiderare l’attuale struttura dei sistemi fiscali e previdenziali, che continua a disincentivare sia la ricerca di un impiego che il desiderio di lavorare di più. Inoltre, sarebbero senza dubbio utili misure atte a far sì che la crescita salariale rifletta in misura maggiore le differenze di produttività a livello regionale e settoriale.

La Banca centrale europea appoggia pienamente tali proposte, che sono perfettamente in linea con il nostro punto di vista. Innovazione, aumento della produttività e crescita dell’occupazione sono i cardini del successo economico, e tutti gli interventi dovrebbero essere volti al conseguimento di tali risultati. Alcuni paesi europei che hanno già compiuto passi avanti verso questi cambiamenti dimostrano che tali riforme possono incrementare produzione e occupazione. Le riforme non solo aumenterebbero la crescita economica potenziale, ma renderebbero anche le economie europee più flessibili, rafforzando così la capacità di risposta a shock economici. Ciò, a sua volta, agevolerebbe il perseguimento di politiche macroeconomiche orientate alla stabilità.

Considerazioni conclusive

Signore e Signori, siete qui riuniti per discutere il percorso da seguire verso una maggiore competitività e una più elevata crescita economica. Desidero terminare sottolineando che il mantenimento della stabilità dei prezzi e – in virtù di tale stabilità – dei tassi di interesse di mercato a medio e lungo termine su livelli contenuti, nonché l’integrazione finanziaria costituiscono conquiste fondamentali dell’Unione economica e monetaria, rappresentando altresì condizioni essenziali per promuovere una crescita economica sostenibile, la creazione di posti di lavoro e il benessere collettivo. Per sfruttare appieno i vantaggi derivanti dalla moneta unica e far fronte alle pressioni competitive internazionali è necessario creare un contesto economico realmente dinamico. Vi assicuro che la Banca centrale europea sostiene il processo di riforma in corso in Europa sin dall’accordo raggiunto a Lisbona nel 2000. Inoltre, essa appoggia la rinnovata strategia di Lisbona e i governi dei paesi europei che stanno coraggiosamente attuando riforme strutturali. Noi non sottovalutiamo le difficoltà poste da questo compito, né la necessità di continuare a ribadire che tutti i cittadini europei trarranno beneficio da tali riforme. In questo senso, riteniamo di dover svolgere attivamente il ruolo che ci compete.

Grazie per l’attenzione.



[1] ] Robin Brooks e Marco Del Negro (2002), International stock returns and market integration: a regional perspective, Working Paper dell’FMI, WP/02/202.

[2] Banca d’Italia (2004), “Relazione del Governatore sull’esercizio 2003”, Roma, maggio. Banca d’Italia (2005), Bollettino Economico, marzo. Ciocca, P. (2003), “L’economia italiana: un problema di crescita”, Bollettino economico della Banca d’Italia, novembre, n. 42, pp. 81-94. ISTAT (2004), Rapporto Annuale: la situazione del Paese nel 2003, ISTAT, Roma, maggio.

[3] Padoa-Schioppa, T. (2001), “La competitività dell’Italia”, discorso pronunciato al convegno sulle piccole imprese, Parma, 17 marzo.

[4] Banca mondiale (2004), Doing Business Indicators.

[5] Commissione europea (2005), Working together for growth and jobs. A new start for the Lisbon Strategy, Comunicazione al Consiglio europeo, febbraio.

Annex

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