12 settembre: Il mondo non e' al punto zero

Lezione di Tommaso Padoa-Schioppa Università di Padova 26 Ottobre 2001

Non so quanti miei colleghi banchieri centrali considererebbero titolo di merito ricevere una laurea in Scienze politiche. Gli oltre trent'anni nei quali ho esercitato questa professione sono stati infatti segnati dall'impegno di molti, me compreso, ad allontanare il governo della moneta dalla politica. Alla diffidenza generica dei public servants verso "i politici" se n'è aggiunta una specifica: in un regime di circolazione fiduciaria (un regime nel quale la quantità di moneta in circolazione non dipende più dalla fatica di scoprire ed estrarre oro, bensì dalla manovra di quello che Einaudi chiamava il torchio dei biglietti) una qualità essenziale della moneta, la conservazione del suo valore nel tempo, può; essere assicurata solo ponendone la creazione al riparo da ogni interesse a spenderla. E il più pressante interesse è indubbiamente stato, per decenni, non quello privato ma quello pubblico: governi e parlamenti più inclini a spendere che a imporre tasse, per esigenze militari, sociali o solo elettorali. Al corso di addestramento che seguii nel 1968 ci si insegnava che della Banca d'Italia avremmo potuto ascendere tutti i gradi della carriera, ma non quello di Governatore: "Quest'ultimo grado vi è precluso perché il Governatore deve venire da fuori; deve saper parlare con i politici, cosa che qui non dovrete fare né imparare."

Pur fortemente convinto del valore di una banca centrale indipendente dal potere politico non meno che da quello economico, non condivido il pregiudizio anti politico che alligna nella mia professione e che purtroppo pervade la società italiana. Mi sento dunque profondamente onorato dal fatto che "la politica" sia la disciplina in cui oggi vengo laureato e che ciò; avvenga nella illustre e antica Università che anni fa onorò; dello stesso titolo Altiero Spinelli, un italiano e un europeo che come pochi altri ha operato per l'edificazione della pace e della libertà dei popoli.

Tema della mia lezione è lo sforzo che l'intero mondo, ormai non più singole sue parti, sta compiendo per unirsi in pace e libertà, benessere e giustizia. L'ho scelto perché mi riuscirebbe impossibile, oggi, parlare di politica prescindendo dall'11 settembre.

Non parlerò; dunque di Europa, che pure è il campo della politica nel quale sono stato più direttamente coinvolto. Ma tutte le riflessioni che esporrò; nascono dall'esperienza, compiuta in Europa negli ultimi 50 anni: l'avvio di una vera pace tra paesi e popoli che per secoli se erano fatto la guerra.

Nel tragico crescendo di qualche settimana, Göteborg, Genova, New York hanno annunciato a chi era distratto una malattia che potremmo definire così: il contrasto tra ciò; in cui il mondo è già unito e ciò; in cui è diviso. Unito negli scambi, nel rischio climatico e nucleare; diviso dalle disparità delle condizioni di vita, dall'assenza di strumenti per attenuare i conflitti economici, politici, religiosi. L'unione del mondo è la questione centrale di un secolo che, se lo misureremo col tempo necessario a raggiungere un risultato duraturo, non sarà certo breve.

Se una lezione presuppone verità da insegnare e soluzioni da proporre la mia lo sarà solo in parte. Della malattia non conosciamo precisamente il rimedio; il cammino innanzi a noi è ricerca, non solo sforzo di realizzazione. "La guerra è antica quanto il genere umano, la pace invece è un'invenzione recente"[1] scrisse il giurista inglese Henry Maine a metà dell'Ottocento. E tuttavia non siamo al punto zero, non manchiamo di riferimenti essenziali. Ignorarli significherebbe, sì, condannare il mondo alla rovina. Gli eventi di poche settimane ci hanno infatti ricordato che oggi le forze di distruzione sono, sembrano, più globalizzate di quelle di costruzione.

Innanzi tutto: pace, libertà, benessere, giustizia sono beni propriamente universali. Non tutti ne erano coscienti, ancora pochi anni fa. Sono universali non solo perché desiderati da tutti, il che è sempre stato, ma anche perché ormai non è più possibile realizzarli "in un solo paese". Gli esseri umani oggi viventi, e ancor più quelli che nasceranno, sono già oggi uniti dal fatto di dipendere gli uni dagli altri per raggiungerli.

In secondo luogo: la reciproca dipendenza fa, del conseguimento di quei beni, una questione politica, riguardante cioè la scienza e l'arte di governare. Richiede esercizio del potere, metodi per attribuirlo e controllarlo, norme, amministrazione della giustizia, coercizione. L'etimologia della parola ricorda che la reciproca dipendenza, e con essa la politica, è nata nella città e vi è rimasta a lungo circoscritta. Oggi la città è il mondo.

2. Il mercato non basta

Delle tre grandi sfere dell'attività umana - economia, politica, cultura - è indubbiamente l'economia quella che più rapidamente ha travalicato le frontiere degli Stati. Il termine "globalizzazione" indica l'emergere di un mercato e di una finanza planetari. La stessa automobile è prodotta in tutto il mondo, con motori, strumenti elettronici, pneumatici, fabbricati a migliaia di chilometri gli uni dagli altri. Così calcolatori, telefoni, elettrodomestici, giocattoli, aeroplani. Lo stesso hamburger è preparato dalla McDonald's in più di 28.000 ristoranti di 120 paesi. Il mercato finanziario, aperto sempre ma in punti del globo diversi secondo le lancette dell'orologio, tiene imprese e paesi sotto esame costante. Decide le sorti oggi dell'Argentina, ieri della Corea o della Russia.

Gli eventi del 2001 hanno intensificato un dibattito in corso da anni, e dato vita a fronti apparentemente opposti. Fautori e nemici della globalizzazione sembrano in effetti accomunati da un medesimo mito che, nato dalla prima rivoluzione industriale, sembra impermeabile al ragionamento e all'esperienza: il mito dell'economia come sola struttura portante dell'ordine sociale. Agli avversari della globalizzazione esso fa credere che il male stia nella ricerca del profitto tipica del mercato (essi lo chiamano modo di produzione capitalistico). Ai suoi fautori impedisce di vedere che un sistema economico non può; sostituire un ordinamento politico. Gli avversari riconoscono uno stato di malattia, ma sbagliano la diagnosi. I fautori negano la malattia.

Che la malattia non sia il fallimento di un sistema economico fondato sul mercato risulta dall'esperienza comparata dei paesi che hanno, per vie diverse, cercato di uscire dalla povertà. Le vaste aree dove il tenore di vita si è elevato sono anche quelle dove i principi di mercato sono stati applicati. Invece, le aree che hanno scelto la pianificazione hanno aggravato la povertà e la corruzione di cui già soffrivano. Nell'area sovietica, dove per più tempo e più radicalmente fu soppressa ogni forma di mercato, il disastro economico è stato integrale e perdura oltre la fine dell'Urss. Più lungo e persistente l'esperimento antimercato, più grande il suo fallimento. Diagnosi errata, dunque, quella che interpreta gl'inconvenienti della globalizzazione come la finale conseguenza delle cosiddette contraddizioni del capitalismo.

Ma riconoscere l'errore diagnostico non basta a proclamare le magnifiche sorti e progressive del capitalismo e del mercato. Gravi pericoli discendono sia dall'errore diagnostico, sia dalla negazione della malattia. Dall'errore nascono proposte di togliere all'economia mondiale i motori del desiderio di guadagno e di nuovi scambi. Sono proposte di restaurazione, quali che ne siano le intenzioni: ritorno alle chiusure autarchiche, all'economia senza mercato, al sogno della pianificazione.

Ma dalla negazione del male nascono pericoli non meno gravi: la consolatoria illusione che la crescita possa, come un vento purificatore, spazzare via le difficoltà; il rifiuto di correggere le storture del mercato e della finanza globali; l'incapacità di riformare la cooperazione internazionale; la pretesa che l'economia risolva le questioni politiche. Quando negano la malattia, i fautori della globalizzazione alimentano ostilità e rivolta più dei suoi stessi avversari.

Il fatto è che per dare pace, libertà, benessere, giustizia l'affermarsi del mercato è condizione necessaria ma non sufficiente. Non è sufficiente per il consorzio umano, così come non lo è per un villaggio o uno Stato. Tre argomenti mi sembrano sostenere questa tesi.

In primo luogo, il mercato stesso ha bisogno, per funzionare, di presupposti giuridici, sociali, culturali, politici e istituzionali. Mercato vuol dire scambio, divisione del lavoro, investimento, credito, prestazione d'opera, proprietà, fiducia. Diversamente dalla più moderna delle macchine, esso non può; essere improvvisamente sbarcato in un'isola sconosciuta e far compiere ai suoi abitanti il gran salto dall'età della pietra al ventunesimo secolo.

In secondo luogo, anche quando funziona al suo meglio, il mercato non produce tutti i beni di cui l'uomo e la società hanno bisogno. Vi sono beni fondamentali, quali la sicurezza o la pace, l'ambiente o l'istruzione, la stabilità monetaria o il rispetto dei contratti, che nessuno è individualmente in grado di produrre per sé o per venderli ad altri, perché mentre ciascuno ne può; godere se ci sono già, nessuno è disposto, individualmente, a pagarne il prezzo.

In terzo luogo, l'economia non è tutto: non si vive di solo pane né individualmente né collettivamente. Pace, libertà, benessere, giustizia sono necessari a un ordinato svolgersi della vita economica; hanno anche un costo economico, giacché per ottenerli occorrono lavoro, mezzi materiali, istruzione, produzione di beni e servizi. Ma non sono, nella loro intrinseca natura, "solo pane"; sono valori, ideali umani, ai quali alcuni sono pronti a sacrificare il proprio pane. Non solo: se pace, libertà, giustizia sono considerate, da quasi tutti, aspetti desiderabili di un civile consorzio, è perché, a loro volta, sono condizioni per qualcos'altro. E' perché nella pace, nella libertà, nel benessere, nella giustizia diviene meglio possibile svolgere attività più nobili della ricerca del cibo, dell'autodifesa fisica, dell'arricchimento. Diviene possibile approfondire il sapere e la conoscenza, godere e produrre il bello, viaggiare, coltivare amicizia e cultura, otium e contemplazione.

3. Politica: la via aurea

Confutare la sufficienza del mercato vuol dire che nessun rimedio ai guai della mondializzazione sarà adeguato se non comprenderà significativi progressi verso un ordine politico che sia, anch'esso, mondiale.

Sarebbe errato affermare che l'edificazione di un siffatto ordine sia oggi al punto zero. Molti tentativi e passi importanti sono stati già compiuti nel recente passato, anche se la realtà è contraddittoria: vi si rilevano i principi cui quell'ordine dovrebbe ispirarsi, ma anche risposte aberranti e quesiti irrisolti; l'embrione d'istituzioni, ma anche loro impropri surrogati e tenebrosi nemici di ogni pacifico ordinamento.

Una mente lasciata libera di speculare oltre ciò; che appare realizzabile in breve tempo individua con chiarezza la via aurea da percorrere. E' quella che conduce a un governo del mondo fondato sugli stessi principi che il pensiero politico e l'esperienza di secoli hanno elaborato per altre e più ristrette comunità umane (città, paese, continente): proclamazione dei diritti fondamentali della persona, strumenti di governo capaci di tutelarli, soggezione di chi esercita il potere alle leggi e al controllo cittadino.

Dopo le due guerre che insanguinarono il secolo passato, questa speculazione ispirò; finalmente l'azione politica stessa. Proprio perché mondiali erano stati i conflitti, mondiale fu l'ordine della pace e del diritto che si iniziò; a edificare per impedire il loro ripetersi. La nozione di "cittadino del mondo" passò; dal linguaggio alla realtà.

La Società delle Nazioni e l'Organizzazione della Nazioni Unite sono le due istituzioni create per avviare, dopo la legge del più forte, l'era della pace e della Rule of Law tra tutte le nazioni. Oggi costatiamo che l'ONU gode di poco credito nell'opinione pubblica, che è spesso derisa per la sua impotenza, che non appare un ideale cui valga la pena di sacrificarsi. E questo è il caso non solo dei moltissimi che seguono il mondo distrattamente, ma anche dei molti che angoscia, pietà e desiderio di pace spingono a manifestare contro la globalizzazione, contro la tirannia del mercato, per la pace a ogni costo. E' vero, si calcola nell'ordine delle centinaia il numero delle guerre combattute nel mondo dopo il 1945, e nell'ordine dei milioni il numero dei morti. E' vero, l'ONU non ha saputo impedire stermini in paesi come Unione Sovietica, Cina, Cambogia, Ruanda, Jugoslavia, Algeria. Ma ha mancato l'obiettivo non perché fosse errato il principio ispiratore, bensì perché insufficiente ne è stata l'attuazione.

Troppo spesso si dimenticano i progressi che pur sono stati compiuti lungo la via aurea, le lente ma importanti mutazioni di concetti e strumenti tradizionali. Nel settore militare, gli eserciti non sono più esclusivamente istituzioni funzionali alla guerra d'offesa o di difesa, ma anche al mantenimento o al ripristino della pace (peace-keeping o peace-making), cioè alla separazione dei contendenti, al controllo del territorio, all'impedimento di più estesi conflitti. Le Nazioni Unite hanno attualmente in corso sedici operazioni di questo genere, nelle quali impiegano circa trentamila soldati.

Passi sono stati compiuti fin dal 1948, con la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, verso la definizione e la tutela di valori comuni all'umanità. Si è venuta elaborando una nozione di "crimine contro l'umanità", un crimine del quale si debba rendere conto non nell'ambito parziale di un luogo e di un momento, bensì in quello universale del genere umano e per sempre. Secondo lo stesso fondamento del diritto penale, in base al quale la società stessa è offesa dal delitto e perciò; deve essa giudicare e punire, si è convenuto che in certi casi la società offesa è l'intera l'umanità.

Di fronte alla straordinaria accelerazione dell'interdipendenza economica, al maturare di minacce che solo l'umanità nella sua interezza può; scongiurare (biosfera, terrorismo, diffusione atomica) i pur significativi passi compiuti lungo la via aurea sono stati tuttavia lenti e lacunosi. Gli strumenti di cui oggi dispongono l'ONU e gli altri organismi internazionali sono del tutto carenti.

Tale insufficienza ha spinto a cercare vie alternative: forme improprie di governo, impegno umanitario individuale, protesta. Forme improprie di governo sono l'egemonia di un paese sul mondo, l'equilibrio delle forze, il concerto delle nazioni. Oggi esse sono ancor più difficili da praticare che in passato e neppure in passato hanno mai assicurato la pace. Non è pace, è piuttosto tregua, la temporanea e precaria assenza di conflitti aperti che s'instaura tra una o più potenze sovrane, ciascuna delle quali abbia la necessità o l'ambizione di espandere la propria azione ed esercitare la propria influenza al di fuori dei confini entro i quali è sovrana. La via dell'impegno umanitario è quella delle migliaia di persone che, attraverso organizzazioni o individualmente, sono andate a Sarajevo o in Afganistan nei momenti di maggior pericolo, assistono ragazzi di strada in Guatemala, insegnano all'Università del Mozambico, curano i malati in India. Sono semi di coraggio, intelligenza, perizia professionale che non rimarranno senza frutto; ma il frutto non sarà un ordine politico del mondo. Lungo la via della protesta, infine, si raccolgono decine di migliaia di giovani mossi da compassione, ingenuo desiderio di pace, paura di un mondo troppo grande; ma anche per nulla ingenui militanti politici che vogliono risuscitare il mito marxista-leninista; e infine casseurs e hooligans addestrati alla guerriglia urbana. La via della protesta denuncia la malattia, ma non la guarisce e può; anche aggravarla.

Ciascuna di queste tre vie può; avere un'utilità, ma nessuna è risolutiva né può; sostituire un faticoso cammino lungo la via aurea.

4. Provando e riprovando

La condizione del mondo è dunque al bivio tra una via aurea, di cui conosciamo meta e principio ispiratore ma anche incertezza e impervietà, vie del passato, che sappiamo precarie e inefficaci, manifestazioni di abnegazione o protesta che non bastano a riempire il vuoto di governo.

La via aurea è impervia in primo luogo e soprattutto perché percorrerla significa limitare la sovranità degli Stati. In un ordine costituzionale ispirato alle filosofie politiche prima ricordate verrebbero istituiti, pur con il concorso di tutti, poteri e regole che sarebbero sovraordinati ai poteri nazionali. E' nella natura stessa di un contratto sociale che i contraenti siano vincolati, ma a ciò; s'oppone l'idea che uno Stato sovrano non riconosce alcun potere a sé superiore; un'idea ancora tanto radicata nella cultura dominante, che la sua sola messa in discussione sembra attentare alla sopravvivenza dello Stato.

Ma quand'anche questa via impervia si volesse imboccarla occorrerebbe tracciarla ex novo, trovando risposta ad ardui interrogativi. Quali poteri trasferire dagli Stati a un governo mondiale? Come assicurarne la rappresentatività? Quali strumenti conferirgli? Il principio di democrazia è uno solo, ma esso si realizza con procedure e istituzioni diverse per il governo del villaggio, della città, dello Stato nazione, della federazione continentale, o del mondo. A ognuno dei passaggi storici nei quali il contratto sociale si è allargato (perché più ampia diveniva la comunità di persone che si riconoscevano interdipendenti) le istituzioni del governo hanno dovuto essere reinventate per conservarne le caratteristiche di efficacia, legittimità, equilibrio dei poteri, che il pensiero e la coscienza civile giudicavano ormai irrinunciabili.

Nell'edificazione di un ordine politico mondiale entro il quale perseguire quella parte di pace, libertà, benessere, giustizia (dico "parte" perché non tutta la pace, libertà, ecc. sono dipendenti dallo stato del mondo: vi sono una pace in famiglia e una in città, una giustizia locale e una universale) che è realizzabile solo sulla scala planetaria, la via è quindi ripida. Ma dobbiamo sapere che non siamo al punto zero. Quella via l'abbiamo intuita e imboccata da quasi un secolo. Gli stessi insuccessi fin qui patiti hanno qualcosa da insegnarci.

Vale per la creazione di un ordine politico mondiale ciò; che Altiero Spinelli diceva a proposito dell'unità europea: la forza di un'idea è rivelata non dal fatto che essa s'impone senza contrasti al suo primo apparire, bensì dalla sua capacità di rinascere dalle sconfitte. Se un'idea contiene in sé quello che sopra ho chiamato il principio della soluzione di una questione che tormenta l'umanità, a quell'idea si ritornerà, provando e riprovando. L'insuccesso di ripetuti tentativi non riuscirà a cancellarla dalla mente e dalla volontà umana.

5. Multiculturalismo e cultura comune

A un certo momento della storia dell'Occidente la parola "unione" fu usata per definire un ordine politico. Dapprima unione personale, di territori diversi sotto unica corona (in Spagna, nelle isole britanniche), poi di popoli dislocati in provincie contigue (nei Paesi Bassi).

In quegli ambiti si riconosceva, o s'intendeva edificare, un'unità non solo politica, ma anche di cultura. La cultura si sviluppava prevalentemente in ambito religioso, diversamente che nell'impero romano, il quale tuttavia abbandonò; il sincretismo e praticò; la persecuzione quando si sentì minacciato dal Cristianesimo. Solo nell'età moderna e negli Stati di tradizione cristiana maturò; la separazione tra potere politico e religioso e con essa l'emancipazione della cultura dal potere politico.

Occorre chiedersi se sia possibile un'unione politica del mondo senza alcun punto d'incontro nel campo della cultura. La risposta è: no, non è possibile. Come un sistema di produzione e scambi esige, per il proprio funzionamento mondiale, regole e poteri che lo governino, dunque una politica, mondiale, così una politica mondiale presuppone che alcuni suoi principi fondatori siano universalmente condivisi, dunque un punto d'incontro nella cultura. Il contratto sociale del mondo può; essere scritto in più di un modo; ma qualunque ne sia la redazione, le idee, dunque la cultura, che lo ispirano dovranno essere condivise dai contraenti.

Oggi costatiamo che proprio sulla separazione tra cultura e politica, tra potere religioso e politico, la divisione del mondo è tanto aspra da far scorrere il sangue e minacciare la sicurezza di tutti. In Afganistan, otto cooperatori (medici dediti a soccorso umanitario) rischiano una condanna a morte perché trovati con la bibbia in arabo e con crocifissi. Il delitto è chiamato "proselitismo". Quali sono i veri contorni di tale delitto? Il rispetto della libertà dell'altro consisterebbe nel tacergli la nostra verità? O non è questo tacere una mancanza di rispetto? Commentando il caso, il ministro degli esteri afgano, Muttawakil, osservò;: "Noi crediamo di essere qui al servizio dei diritti umani, ma vi è una piccola differenza di definizione. Noi crediamo in diritti secondo l'Islam, e se qualcuno cerca di imporci la sua definizione commette un tristo errore, perché questo non è il mondo di una sola cultura e una sola religione".

Ho parlato di punto d'incontro nella sfera della cultura, non di cultura comune. Come non tutta l'economia è mondiale, così non tutta la politica e tutta la cultura possono o debbono essere unitarie perché vi possa essere pace nel mondo. Se è vero che un ordine politico mondiale non è possibile senza un minimo credo condiviso in campi fondamentali della filosofia politica e del diritto, è anche vero che il mondo è e resterà multiculturale. Quell'ordine non può; e non deve proporsi di bloccare i processi di reciproca influenza, le osmosi, le contaminazioni che segnano la storia e spesso ne connotano i momenti più alti. Deve impedire le conversioni forzate, non le libere conversioni; la soppressione delle lingue locali, non la loro lenta caduta in desuetudine; la sopraffazione del più forte, non l'adesione alla soluzione migliore.

Non mi sfugge, a nessuno può; sfuggire, quanti quesiti e quali insidie si annidino in ognuno di questi termini (libertà, sopraffazione, adesione, soluzione migliore, ecc.), quante difficoltà incontri una loro corretta applicazione. Ma le difficoltà non sono certo eliminate da formulazioni più rudimentali. Le regole di convivenza che l'Occidente ha lentamente perfezionato, spesso attraverso fatali errori, sono imperfette e bisognose di vigile applicazione; ma sono pur sempre quelle per cui Mandela, Sacharov e Gandhi hanno patito il carcere, gli studenti cinesi sono morti a Tienanmen, i boat people sono fuggiti dal Vietnam, le donne iraniane o algerine sono state lapidate. Non sono valori "europei" o, si diceva una volta, "borghesi", opposti a valori "asiatici", "socialisti", o "islamici": sono valori senza aggettivo.

6. Entrare nella storia

L'irruzione della tragedia storica nella vita individuale è esperienza che quasi ogni essere umano compie almeno una volta nell'arco dell'esistenza, restandone segnato per sempre. E', per lo più, esperienza della guerra.

Per molti di coloro che vivono nei paesi del benessere e della democrazia, per voi studenti, le immagini dell'attacco alle torri sono state e resteranno l'esperienza drammatica che la vostra casa, la scuola, l'ufficio, non sono al riparo dalla distruzione. Vietnam, Iran, Kuwait, Kosovo, Cecenia erano nomi lontani. Sette settimane fa, improvvisamente, la guerra, tante volta teletrasmessa da quei paesi, ha cessato di essere un fatto solo di tempi e luoghi remoti.

L'irruzione della tragedia storica nella vita individuale trasforma la vita stessa, fa percepire la morte come un evento che non riguarda solo la cerchia dei propri affetti, pone nuove domande: se la storia invade la nostra vita, che cosa dobbiamo fare noi nella storia, come possiamo, nel nostro piccolo, entrarvi a nostra volta?

I privilegiati cittadini del benessere e della democrazia sono anche quelli, tra gli abitanti del pianeta, che in maggior proporzione sembrano avere scelto la pace come bene supremo. Forse mai il pacifismo è stato diffuso quanto lo è oggi tra i giovani europei. La pace si pensava di possederla; si credeva che bastasse, affinché tutta l'umanità ne godesse, "smettere di far la guerra". I più ingenui e disinvolti lo gridavano solo nelle piazze; i più generosi e coerenti cercavano, come i cooperatori prima ricordati, un diretto impegno umanitario nelle zone di pericolo.

Ora che la guerra è divenuta realtà vicina, la difficoltà e il prezzo della pace si presentano in luce nuova. In modo simile, benché opposto, la guerra invocata in piazza soprattutto da giovani, nel 1914, si rivelò; in poche settimane non romantica avventura ma atroce massacro. Anche la pace, come abbiamo visto a New York, può; improvvisamente diventare atroce massacro. Si comprende allora che la pace goduta per decenni in Europa non è frutto del pacifismo, s'intuisce che i nonni e i bisnonni arruolati nelle due guerre mondiali quando avevano la stessa età di chi oggi è studente, non amavano la pace meno di quanto la amino oggi i loro nipoti.

Eppure è vero che la pace non si edifica né con la violenza né con la non-violenza. Se si vuole perfezionare la moderna invenzione della pace, si deve operare per impedire le guerre, non sottrarsi a quelle che ci sono. Si deve operare nella politica, non solo nel volontariato. Non si può; aspettare che sia compiuta la rigenerazione degli animi: il mondo dei pacifici non nascerà mai se nel frattempo lo conquistano i violenti. Né si può; sperare che l'impegno umanitario curi, oltre che malati e poveri, anche fanatici e terroristi. Non si può; mirare a una cultura uniforme: deve bastare un minimo punto d'incontro per redigere un contratto sociale mondiale. Per edificare la pace occorre adoperarsi nel campo della politica. Non c'è altro metodo che quello inventato e applicato con successo per impedire la guerra entro i confini di ogni paese: sostituire il regno del diritto alla legge del più forte, porre un limite al potere assoluto degli Stati. E' un cammino lunghissimo, che richiederà assai più tempo della guerra scoppiata l'11 settembre. I vivi di oggi non ne vedranno la fine, ma devono sapere che è già iniziato, che se ne conosce la meta e che si possiede la bussola.



[1] Citato da Michael Howard, The Invention of Peace, London 2000.

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