- INTERVISTA
Intervista con ilsussidiario.net
Intervista rilasciata da Piero Cipollone, Membro del Comitato esecutivo della Banca Centrale Europea, a Lorenzo Torrisi il 10 agosto 2026
24 agosto 2026
In una fase in cui ancora una volta ci sono shock esterni che le mettono in difficoltà, come si può cercare di rafforzare le imprese europee?
Dobbiamo anzitutto cercare di sfruttare i nostri vantaggi, il principale dei quali è rappresentato dall’enorme mercato unico europeo, che può permettere alle imprese di aumentare le economie di scala, che a loro volta, soprattutto in alcuni settori, tra cui l’IT, la finanza e i tradizionali comparti manifatturieri come l’automotive, possono permettere di ridurre i costi di produzione. Purtroppo, come ben illustrato dai rapporti curati da Mario Draghi ed Enrico Letta, non riusciamo a sfruttare questo vantaggio perché la libera circolazione di beni e servizi è limitata anche all’interno del mercato unico europeo, impedendo alle imprese di espandersi e di raggiungere quella scala di efficienza che consentirebbe all’UE di poter competere con gli altri colossi globali.
Dunque, la prima cosa da fare è rimuovere queste limitazioni interne al mercato unico.
Credo che questo sia il punto chiave: prima di pensare a qualunque altra misura, occorre cominciare a sfruttare appieno le potenzialità già esistenti, riducendo le barriere all’espansione transfrontaliera delle imprese, in modo che in un mercato di 450 milioni di consumatori fra i più ricchi al mondo possano emergere dei campioni dotati di una scala di produzione adeguata alla concorrenza internazionale.
Occorre dunque lasciare spazio alle aggregazioni transfrontaliere di imprese.
Sì, ovviamente devono essere loro, nel rispetto delle normative europee sulla concorrenza, a decidere come espandersi: non è detto che questo debba necessariamente avvenire tramite acquisizioni di altre imprese.
Se si vuole puntare a un mercato unico europeo assume una certa rilevanza anche la domanda interna europea.
È chiaro che la domanda interna è un fattore importante e sappiamo che ancora oggi, come testimonia il livello del surplus di parte corrente, c’è spazio per una sua crescita senza compromettere gli equilibri esterni; questa carenza di domanda probabilmente ha a che fare con la difficoltà a investire in Europa legata anche a quel che dicevo poc’anzi: se è difficile espandersi nel mercato europeo diventa anche complicato aumentare gli investimenti.
Che ruolo può avere la BCE per rafforzare la competitività delle imprese europee?
La BCE ha il compito statutario di garantire la stabilità dei prezzi, che è parte della stabilità macroeconomica e rappresenta un elemento essenziale per permettere alle imprese di prosperare, in quanto riduce l’incertezza e i costi a essa correlati. Dalla stabilità dei prezzi deriva anche una maggior stabilità dei tassi di interesse nominali, che consente alle imprese di pianificare meglio il proprio futuro.
Oggi c’è un rischio di rapido aumento dell’inflazione da costi. In questo caso un aumento dei tassi di interesse per stabilizzare i prezzi può avere delle controindicazioni?
In caso di shock dal lato dell’offerta, come questo del petrolio, alzare tassi di interesse per permettere la stabilizzazione dell’inflazione verso il target può rallentare la crescita dell’economia, già colpita da uno shock negativo. Per questo la manovra di politica monetaria va ben calibrata. Del resto, le banche centrali non possono fare molto contro il rialzo dei prezzi delle materie prime energetiche, ma possono garantire che questi aumenti non si rifletteranno sulle aspettative di inflazione di medio termine. Possono cioè ancorare le aspettative in modo che gli operatori economici sappiano che, al di là delle oscillazioni temporanee, l’inflazione tornerà al 2%, che il quadro macroeconomico verrà stabilizzato, e possano quindi pianificare le loro attività.
Tocca allora alla politica fiscale cercare di ridurre l’impatto temporaneo dello shock esterno?
Sì, ma queste misure devono essere temporanee, mirate e limitate a chi ne ha davvero bisogno. L’esperienza insegna che normalmente questi interventi sono molto costosi e difficili da attuare evitando effetti regressivi che favoriscano le classi più abbienti. Inoltre, queste misure non aiutano a risolvere il problema di fondo, cioè la dipendenza strutturale dalle fonti energetiche fossili; eliminare o quanto meno ridurre questa dipendenza sarebbe invece una politica lungimirante che proteggerebbe in modo permanente famiglie e imprese da shock esterni.
Si tratta, quindi, di fare in modo che nel mix energetico diminuiscano le fonti fossili e aumentino quelle rinnovabili?
Questa è di fatto la logica che giustifica interventi come la flessibilità all’interno della clausola di salvaguardia nazionale per gli investimenti destinati alla sicurezza energetica che la Commissione europea ha varato a inizio giugno. E ritengo sia una logica giusta, tanto più che se ci muoviamo verso le fonti rinnovabili andiamo a rafforzare la competitività delle imprese europee diminuendo i loro costi per l’energia. Non va poi trascurato il fatto che ogni volta che aumenta il prezzo del petrolio o del gas di fatto vengono trasferite più risorse di famiglie e imprese europee verso gli Stati produttori, risorse che potrebbero invece restare in Europa, ed essere redistribuite con le opportune politiche fiscali, se aumentasse la quota di rinnovabili nel mix energetico europeo.
L’inflazione rappresenta una minaccia per il potere d’acquisto delle famiglie. Come si possono difendere i salari reali senza poi innescare una spirale prezzi-salari?
Uno shock esogeno come quello che ha colpito l’Europa riduce di fatto la ricchezza degli europei, attraverso minori profitti per le imprese e una riduzione dei salari reali dei lavoratori. Nel caso specifico la risposta non può che passare da una minore dipendenza dalle materie prime energetiche extra UE. Su un piano più generale, invece, per la crescita dei salari reali è cruciale la produttività. Da questo dipende la crescita del benessere materiale delle persone nel lungo periodo.
Aumentare la produttività significa, tornando al tema iniziale, far crescere la competitività delle imprese?
Sì, ma bisogna fare attenzione a cosa si fa per accrescere la competitività: paradossalmente la si può anche aumentare estendendo l’orario di lavoro a parità di salario o riducendo gli standard di sicurezza, ma penso che nessuno voglia seguire questa strada. Occorre allora fare in modo che a parità di costi e di standard di sicurezza, aumenti la produzione, sfruttando meglio gli impianti, facendo lavorare meglio i propri dipendenti.
Un ruolo chiave ce l’hanno quindi non solo le imprese, ma anche il sistema educativo e formativo?
Assolutamente. La formazione, la qualità dell’istruzione sono fondamentali, soprattutto pensando alle nuove tecnologie, alla diffusione che ha e che avrà l’intelligenza artificiale anche nel mondo produttivo.
All’inizio della crisi di Hormuz c’è chi ha fatto paragoni con gli anni Settanta evocando il rischio di una stagflazione. Oggi c’è il rischio di una stagnazione economica accompagnata da un forte aumento dell’inflazione?
Nessuno ha la sfera di cristallo, ma mi sembra che questo rischio sia piuttosto remoto. In primo luogo, perché ci sono segnali che la crisi potrebbe risolversi presto e anche il prezzo del petrolio sembra indicarlo. Inoltre, gli ultimi dati disponibili segnalano che l’economia europea, seppur in rallentamento, sta reagendo meglio del previsto e i livelli inflazionistici si mantengono nello scenario base delle ultime proiezioni della BCE dello scorso giugno e appaiono lontani dagli scenari avverso e severo. L’evoluzione del quadro macroeconomico andrà sicuramente monitorata, ma al momento non vi sono segnali che facciano pensare a uno scenario di possibile stagflazione.
Il mese scorso il Parlamento europeo ha approvato in prima lettura il Regolamento sull’euro digitale, che potrebbe essere emesso nel 2029. Ci sono, tuttavia, dei timori riguardo alle informazioni sulle transazioni che porterebbe con sé rispetto al contante. La BCE avrà la possibilità di conoscere le abitudini di pagamento, l’utilizzo che viene fatto da ogni cittadino dell’euro digitale?
Penso sia bene chiarire tre cose riguardo all’euro digitale. In primo luogo, non sostituirà il contante, ma ne sarà un complemento, per esempio per quelle operazioni in cui non può essere utilizzato come gli acquisti online. Del resto, la BCE ha appena avviato la consultazione pubblica sul design delle nuove banconote in euro e non avrebbe senso farlo se si volesse eliminare il contante. In secondo luogo, l’euro digitale è concepito per poter funzionare offline e in quel caso le transazioni avverranno tra singoli cittadini e le relative informazioni rimarranno tra ordinante e beneficiario.
E nel caso della funzionalità online dell’euro digitale?
In quel caso, ed è questo il terzo chiarimento importante da fare, l’Eurosistema non potrebbe identificare gli utenti che effettuano o ricevono pagamenti, ma potrebbero farlo solo le banche interessate dalla transazione, anche ai fini del rispetto delle norme antiriciclaggio.
Come avviene per un bonifico?
No, nel caso di un bonifico tutte le informazioni della transazione sono note ai soggetti coinvolti nella medesima. L’euro digitale garantirebbe una protezione maggiore della privacy. Di fatto, sia nell’utilizzo online che offline, non sarebbe possibile per l’Eurosistema ricollegare direttamente le operazioni in euro digitali a soggetti specifici. L’euro digitale garantisce il massimo livello di privacy che può essere offerto dall’attuale tecnologia.
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