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Intervista con Financial Times

Intervista con Fabio Panetta, membro del Comitato esecutivo della BCE, condotta da Martin Arnold

20 giugno 2021

Tra non molto deciderete se proseguire con i lavori per l’introduzione di un euro digitale. La vostra recente consultazione pubblica sul tema ha rilevato che i maggiori timori dei cittadini riguardano la tutela della privacy. In che modo affronterete tali timori, assicurando al tempo stesso tutti i controlli necessari affinché l’euro digitale non venga sfruttato per il riciclaggio di denaro, l’evasione fiscale e tutto il resto?

Se la banca centrale avrà un ruolo nei pagamenti digitali, la privacy risulterà maggiormente tutelata. E questo perché, non essendo un’impresa privata, la banca centrale non ha alcun interesse commerciale a conservare, gestire o sfruttare i dati degli utenti di un mezzo di pagamento digitale. Non siamo un’istituzione che massimizza i profitti, il nostro obiettivo è l’interesse dei cittadini. Abbiamo una natura diversa da quella dei fornitori privati di servizi di pagamento.

Questo aspetto è emerso anche dalla consultazione pubblica. I cittadini si sentono più sicuri se le proprie informazioni sono nelle mani della banca centrale, che è un’istituzione pubblica, invece che in quelle di una società privata.

Inoltre, abbiamo molti possibili modi per tutelare i dati personali dei cittadini e assicurare allo stesso tempo i controlli previsti dalla legge per evitare operazioni illecite quali il riciclaggio di denaro, il finanziamento del terrorismo o l’evasione fiscale.

Quali sarebbero?

Innanzitutto, potremmo regolare l’accesso ai dati. Supponiamo che lei debba ricevere soldi da me. In tal caso io potrei dare un ordine alla mia banca che, informata del fatto che io debbo effettuare un pagamento, trasmetterebbe un codice all’operatore incaricato di effettuare la transazione. Quest’ultimo gestirebbe quindi uno scambio di danaro tra due diversi codici, senza conoscere l’identità di chi effettua il pagamento o del beneficiario. Il trasferimento di danaro sarebbe pertanto effettuato senza che nessuno lungo la catena del pagamento abbia accesso a tutte le informazioni.

Ma questo è solo un esempio. In alternativa, potremmo ricorrere a codici crittografici. Potremmo contemplare la possibilità di effettuare pagamenti offline per piccoli importi, senza registrare che alcun dato al di fuori dei wallet dell’ordinante e del beneficiario, immaginando quindi che i pagamenti di importo modesto, ad esempio fino a 70 o a 100 euro, possano essere effettuati offline, in assenza di connessione.

Ma non serve risalire all’identità per poter introdurre determinate limitazioni?

Per importi di questa modesta entità si può anche pensare di non farlo. Il motivo principale per cui i pagamenti devono essere tracciabili è contrastare operazioni illecite. I pagamenti di importo ridotto presentano un rischio molto basso da questo punto di vista, sempre che non siano utilizzate per suddividere un pagamento maggiore in tanti piccoli trasferimenti.

Abbiamo affrontato questi aspetti nelle sperimentazioni preliminari che abbiamo condotto nei mesi scorsi, anche esaminando i cosiddetti “voucher anonimi”, al fine di consentire di trasferire in maniera anonima una quantità limitata di euro digitali in un dato periodo di tempo. L’idea è che i controlli dovrebbero essere commisurati ai rischi. Come ho detto, potremmo consentire pagamenti anonimi per importi molto modesti.

Ma in generale riservatezza e privacy differiscono dall’anonimato. L’opportunità di consentire pagamenti in forma anonima va considerata con estrema attenzione: l’anonimato impedisce di garantire il rispetto della normativa in materia di antiriciclaggio, contrasto al finanziamento del terrorismo ed evasione fiscale. Senza dimenticare che i cittadini potranno continuare a usare il contante, che garantisce l’anonimato.

La tecnologia ci offre molti strumenti per rassicurare gli utenti circa il corretto utilizzo dei loro dati personali lasciando però la possibilità di ricostruire ex post gli estremi di un pagamento qualora le forze dell’ordine intendano verificare la liceità delle operazioni.

Gli operatori privati sono – legittimamente – interessati al valore commerciale dei dati delle operazioni, e per questo motivo operano secondo incentivi diversi dai nostri. Le sperimentazioni preliminari che abbiamo condotto insieme con le banche centrali nazionali su come salvaguardare la riservatezza saranno pubblicate. Stiamo discutendo le possibili modalità con cui garantire la privacy. Lo facciamo per ragioni ovvie e perché il messaggio emerso dalla consultazione è molto chiaro: la privacy rappresenta per gli utenti dei servizi di pagamento una priorità fondamentale.

Però c’è chi dice che, pur non avendo interessi commerciali, la BCE resta un organismo del settore pubblico. Non è quindi altrettanto preoccupante l’idea di un’amministrazione che spia i propri cittadini andando a guardare come usano i soldi?

Parto dal presupposto che i cittadini si fidino di un’istituzione pubblica. Per rassicurarli ulteriormente ci doteremo di un sistema di governance che impedisca ogni possibile abuso dei dati da parte di chiunque. Ci muoveremo nel perimetro della legislazione europea, la più avanzata al mondo per la tutela dei dati, interagendo con istituzioni indipendenti con competenze specifiche in questo campo.

Può aggiungere qualcosa sulla sperimentazione? Cosa prevede?

La sperimentazione condotta sinora nell’ambito del progetto sull’euro digitale è stata volta ad acquisire una conoscenza preliminare dei pro e contro delle diverse tecnologie nonché delle modalità con cui gestire i pagamenti tutelando la riservatezza.

In questa fase preliminare abbiamo istituito quattro gruppi di lavoro che hanno esaminato la possibilità di gestire un euro digitale con un sistema centralizzato, uno decentrato, una combinazione dei due e con pagamenti offline. Se il Consiglio direttivo della Banca Centrale Europea (BCE) ci darà il via libera a luglio, già a settembre avvieremo una nuova fase in cui analizzeremo in modo sistematico le caratteristiche ideali di un euro digitale.

Dopo due anni presenteremo i risultati al Consiglio direttivo, dopo aver dialogato con le autorità e istituzioni europee, il Parlamento, la Commissione, il Consiglio, l’Eurogruppo e tutti i soggetti coinvolti, perché l’euro digitale richiederà modifiche legislative. In questi due anni intendiamo migliorare le nostre conoscenze circa gli interventi necessari per emettere l’euro digitale. Successivamente avvieremo una fase, che dovrebbe durare altri tre anni, al fine di mettere in atto le nostre decisioni, collaborando con i fornitori delle tecnologie e con gli intermediari al fine di individuare le soluzioni migliori per gli utenti finali dell’euro digitale, per capire come quest’ultimo possa essere integrato nei servizi che gli intermediari offrono alla clientela.

Perché serve un passaggio legislativo?

Perché al momento l’euro digitale non è previsto dalla legislazione europea. La sua base giuridica potrebbe essere definita diversamente a seconda delle sue caratteristiche. Potrebbe essere necessario adeguare la legislazione in vigore per tenere conto delle esigenze legate all’euro digitale. È il caso, ad esempio, delle autorità preposte all’antiriciclaggio, a cui si dovranno conferire poteri di verifica ex post non solo sulle operazioni condotte mediante i conti bancari ma anche su quelle effettuate con gli euro digitali.

Facciamo un passo indietro. C’è ancora qualcuno che sta cercando di capire qual è il problema che si vuole risolvere con questo progetto. A cosa serve l’euro digitale?

Da secoli, sin dai tempi dell’Antica Grecia e dell’Impero Romano fino a Carlo Magno, lo Stato ha sempre fornito la sua moneta ai cittadini: una moneta sovrana, che costituisce una affidabile riserva di valore. Noi stiamo facendo lo stesso. E intendiamo continuare a farlo.

In quest’ottica, vi sono due principali ragioni per cui abbiamo bisogno di un euro digitale. La prima è che i cittadini effettuano sempre più pagamenti digitali e usano pertanto sempre meno lo strumento di pagamento oggi emesso dalle banche centrali, il contante. La seconda è la crescente diffusione degli acquisti online e del commercio elettronico, che rende difficile utilizzare il contante. Ciò significa che le banconote sono utilizzate sempre meno dai cittadini.

Siamo alle soglie dell’era digitale, e con l’introduzione di un euro digitale cambieremmo il modo in cui i cittadini possono accedere al bilancio della banca centrale e utilizzare i nostri strumenti di pagamento.

State quindi reagendo al minor uso del contante? Si possono effettuare pagamenti digitali con la moneta elettronica, non serve un euro digitale. Posso già comprare praticamente tutto quello che voglio dal mio cellulare senza dovermi muovermi dalla sedia.

In primo luogo, non esiste un mezzo di pagamento digitale che si possa usare in tutta l’area dell’euro, da Cipro alla Finlandia.

E la carta Visa?

Non si può usare ovunque. Qui a Francoforte non è possibile usare una carta Visa o American Express in qualsiasi negozio. Per di più, l’utilizzo delle carte ha un costo.

Ma vi sono molte altre ragioni. La prima è che con l’euro digitale offriremmo un mezzo di pagamento privo di rischi. Credo che i cittadini abbiano il diritto di accedere al bilancio della banca centrale, che è l’unica istituzione priva di rischi, perfino meno rischiosa dell’emittente sovrano.

Nella maggior parte dei casi le passività delle banche commerciali (i depositi) sono assimilabili a quelle della banca centrale. Ma ci sono situazioni in cui non è così. Pensi a quando, durante la crisi finanziaria, le banche non si fidavano più le une delle altre. In quell’occasione le passività delle banche commerciali non erano percepite dai cittadini o dalle stesse banche come prive di rischio. Per funzionare correttamente, il sistema economico e finanziario ha bisogno di un mezzo di pagamento privo di rischio. E solo gli strumenti di pagamento emessi dalla banca centrale hanno questa caratteristica.

Siete preoccupati anche della minaccia posta dalle criptovalute e dalle valute digitali di altre banche centrali?

Non è questa la ragione per cui abbiamo avviato la nostra analisi e per cui potremmo lanciare un progetto per l’introduzione dell’euro digitale. Ma non vi è dubbio che la diffusione di altri mezzi di pagamento digitali rappresenta uno sviluppo da seguire con attenzione, siano essi le cosiddette stablecoin globali o mezzi di pagamento facenti capo a emittenti pubblici esteri. Se i cittadini chiedono strumenti di pagamento digitali e noi non li offriamo, lo farà qualcun altro.

Potrei menzionare altri motivi in grado di giustificare l’emissione di un euro digitale. Ripeto, non è solo una questione di pagamenti. Siamo a mio avviso a una svolta epocale, che modificherà il funzionamento del sistema finanziario e stimolerà l’utilizzo della tecnologia digitale da parte dei cittadini. Si tratta di un cambiamento radicale del modo in cui i pagamenti funzioneranno in futuro, con effetti rilevanti sia per il sistema finanziario sia per l’intera collettività. Sta emergendo un interesse enorme.

Pensa che il consumatore finale noterà una grossa differenza? Perché da un punto di vista legale le persone avranno un credito direttamente nei confronti della banca centrale, ma a tutti gli effetti non saranno altro che numeri su uno schermo, un po’ come i depositi digitali in un’app bancaria.

Ciò che lei dice è vero in generale, ma non sempre. Ad esempio, la crisi finanziaria ha dimostrato l’infondatezza dell’ipotesi secondo cui i cittadini non farebbero distinzioni tra i diversi mezzi di pagamento. In condizioni normali essi non hanno motivo di distinguere fra le passività degli emittenti dei diversi strumenti di pagamento. Ma ci sono situazioni in cui la distinzione assume rilievo, e in tali occasioni i risparmiatori mostrano di comprendere molto bene le differenze, adeguando le loro scelte. Essi considerano i depositi bancari sostituti delle banconote finché i depositi bancari non diventano rischiosi. A quel punto mostrano una chiara percezione della differenza tra le passività delle banche commerciali e quelle della banca centrale.

Alcuni immaginano che la banca centrale gestirà questi conti in euro digitali direttamente. Ma funzionerà veramente così? È più probabile che decidiate di esternalizzare la gestione e le operazioni alle banche o anche ad alcune fintech, giusto?

Sì, in teoria la banca centrale potrebbe gestire direttamente i conti dei singoli cittadini. Ma è estremamente improbabile che ciò avvenga. Il motivo? Innanzitutto, la disponibilità di risorse. Attualmente le banche europee hanno più di due milioni di dipendenti, impegnati a servire circa 400 milioni di clienti. È assolutamente impossibile che le banche centrali possano svolgere questo compito con il numero limitato di impiegati di cui dispongono. Quindi, anche se fossimo così folli da imbarcarci in un progetto del genere, non saremmo in grado di prestare i necessari servizi. Siamo molto produttivi, ma non così presuntuosi.

Secondo, non vogliamo usare l’euro digitale per modificare la struttura o il funzionamento del sistema finanziario. Le banche forniscono ai cittadini un’ampia gamma di servizi e in futuro aggiungeranno l’accesso all’euro digitale come servizio supplementare, integrando il proprio modello di attività.

Le banche sono peraltro molto più attrezzate della banca centrale per svolgere le procedure di verifica della clientela e quelle connesse con il contrasto del riciclaggio di denaro. Noi non saremmo in grado di occuparcene.

Quindi, anche se sarebbe teoricamente possibile, è assai improbabile che le banche centrali decidano di gestire direttamente i rapporti con i clienti. Il nostro obiettivo è quello di rendere l’euro digitale una sorta di materia prima a disposizione delle banche commerciali per fornire i propri servizi con l’aggiunta dell’accesso all’euro digitale, esattamente come ora garantiscono l’accesso al contante.

Solo le banche?

Pensiamo agli intermediari coinvolti nell’offerta di servizi di pagamento. Che dovrebbero essere regolamentati e sottoposti a vigilanza. Quindi non solo le banche.

Esiste il pericolo di soffocare l’innovazione del settore privato?

Noi siamo un fornitore di servizi anomalo. In genere gli operatori privati mirano a sottrarre quote di mercato ai concorrenti. Noi invece operiamo in modo diverso. Non vogliamo che l’euro digitale spiazzi le banche, soffocando l’innovazione che deriva dalla loro attività. Faremo in modo che non succeda. L’euro digitale dovrà essere uno stimolo – e non un freno – all’innovazione. L’euro digitale sarà un bene pubblico reso disponibile dalla banca centrale per promuovere l’innovazione, il progresso e l’efficienza del sistema finanziario.

Deve essere una delle vostre principali preoccupazioni quella di evitare di destabilizzare in qualsiasi modo il sistema bancario o di facilitare la corsa agli sportelli in periodi di crisi.

Certamente, e stiamo riflettendo attentamente su come evitare questi rischi. Vogliamo offrire un mezzo di pagamento, non una forma di investimento. Stiamo discutendo le alternative possibili per evitare di spiazzare le banche.

Una possibilità è quella di imporre un tetto massimo alla quantità di euro digitali che i singoli utenti potranno detenere. Ad esempio, si potrebbe pensare a un massimo di 3.000 euro a persona. Importi superiori a tale cifra dovrebbero essere trasferiti su un conto bancario.

Un’altra possibilità è quella di consentire di detenere qualsiasi quantità di euro digitali, creando però un disincentivo finanziario alla detenzione di ammontari superiori a una certa soglia. Ad esempio, fino a 3.000 euro gli importi detenuti in euro digitali non riceverebbero mai un trattamento meno favorevole del contante, non sarebbero mai remunerati con tassi di interesse inferiori a zero. Ma se un individuo volesse detenere ammontari maggiori di euro digitali, si applicherebbero condizioni che lo scoraggerebbero.

Perché pensiamo a introdurre dei limiti? Perché se si potessero detenere ammontari illimitati di euro digitali, i risparmiatori potrebbero trasferire in tempi brevi e senza costi tutto il proprio denaro dal conto bancario agli euro digitali; soprattutto nelle fasi di crisi, ciò potrebbe generare crisi bancarie. Potrebbero emergere spinte destabilizzanti per il sistema finanziario. Mi consenta di sottolineare che queste proposte, oggi discusse diffusamente in tutto il mondo, sono state sviluppate all’interno della BCE, nell’ambito delle nostre riflessioni sull’euro digitale.

Avete una preferenza per l’una o l’altra soluzione?

No, prenderemo questa decisione dopo aver consultato le parti interessate: i cittadini, i commercianti, le banche. Entrambi i metodi hanno pro e contro. Per esempio, il tetto massimo sarebbe presumibilmente assai efficace: vi sarebbe un limite a 3.000 euro per tutti, punto. Semplice. Ma ciò genererebbe una serie di complicazioni. Supponga di avere sul suo conto in euro digitali 2.800 euro e che io le debba 500 euro. Se effettuassi un pagamento in suo favore, cosa succederebbe a quei 300 euro che eccederebbero la soglia di 3.000 euro? Il pagamento potrebbe non andare a buon fine, il che sarebbe un disastro in quanto si genererebbe incertezza circa il completamento dei pagamenti. Potremmo allora introdurre un meccanismo automatico che trasferisca l’ammontare in eccesso su un conto bancario. Ma a quel punto obbligheremmo gli utenti ad avere un conto bancario, in contrasto con l’obiettivo di favorire l’inclusione finanziaria. Si potrebbe allora garantire l’accesso a conti bancari di base, privi di costi.

La remunerazione differenziata, sarebbe invece basata su incentivi e quindi più in linea con il funzionamento dei mercati. Ma sarebbe abbastanza efficace? In periodi di crisi sarebbe difficile fornire un disincentivo finanziario sufficiente a indurre gli individui a non trasferire i propri risparmi in euro digitali in presenza di timori di fallimenti bancari o a fronte del rischio di bail-in. Dovremmo allora ridurre la remunerazione dell’ammontare di euro digitali al di sopra di una certa soglia. Ma ciò potrebbe segnalare che la banca centrale si attende tensioni finanziarie.

Come vede ci sono soluzioni, ma ognuna – sia essa il limite agli ammontari detenibili o un sistema di remunerazione differenziata – ha vantaggi e svantaggi.

L’euro digitale utilizzerebbe la blockchain o la distributed ledger technology?

Nelle nostre sperimentazioni abbiamo esaminato due sistemi. Il primo è un sistema centralizzato, ossia la piattaforma TIPS che l’Eurosistema utilizza il per fornire pagamenti istantanei. Abbiamo valutato il funzionamento di un euro digitale teorico gestito con tale infrastruttura. Quante transazioni possono essere effettuate al secondo utilizzando quell’infrastruttura? E quanto tempo ci vuole per completare una transazione? La piattaforma TIPS ha dato risultati eccellenti: essa consentirebbe infatti di gestire centinaia di milioni di transazioni al giorno, con tempi di completamento dei pagamenti minimi.

Abbiamo inoltre sperimentato la distributed ledger technology (DLT). Ci sono tipologie di DLT che sono utilizzate dalle banche commerciali per le transazioni finanziarie, ma non ci sono esperienze di DLT che possano servire 400 milioni di clienti.

Abbiamo poi sperimentato l’utilizzo congiunto dei due sistemi – TIPS e la DLT: non vi è alcun motivo per cui un sistema debba escludere l’altro. Potremmo avere un sistema centralizzato corredato da più nodi di diverso tipo in grado di interagire con la struttura centrale, moltiplicando la potenza del sistema. Ma questi sono dettagli da esperti informatici.

Cosa ne pensa della regolamentazione di criptovalute e stablecoin? Le stablecoin dovrebbero essere soggette a una regolamentazione più stringente?

Quelle che abbiamo al momento sono “unstable coin”. Per diventare “stablecoin”, una condizione necessaria, sebbene non sufficiente, è che siano regolamentate e sottoposte a vigilanza. Queste (un)stablecoin comportano infatti una serie di rischi per i consumatori e per il sistema finanziario nel suo complesso.

Come funzionano le cosiddette stable o unstable coin? L’emittente colloca le stablecoin e utilizza il ricavato per investire in attività che – seppure a basso rischio – non possono garantire la certezza e la stabilità del valore del mezzo di pagamento da essi offerto. Per quanto prudenti, i loro investimenti non possono essere privi di rischi. Inoltre, non vi è alcuna garanzia che l’emittente investa effettivamente in attività a basso rischio in misura sufficiente a stabilizzare il valore delle (un)stablecoin in circolazione. Il valore delle attività – e quindi quello della (un)stablecoin – oscillerebbe nel tempo. In periodi di tensioni finanziarie le oscillazioni potrebbero risultare ampie, fino a generare rischi di una corsa ai riscatti da parte dei detentori. In una tale situazione i detentori delle (un)stablecoin – a differenza dei detentori di depositi bancari – non potrebbero fare affidamento sui controlli di vigilanza, né potrebbero beneficiare del sistema di assicurazione dei depositi. Non vi sarebbe la possibilità di accedere all’erogazione di liquidità di emergenza da parte della banca centrale, che non può intervenire con denaro pubblico per salvare entità non soggette ad adeguati controlli prudenziali. In altre parole, vi è un’instabilità insita nel funzionamento di questi strumenti. Solo quando vi saranno una adeguata regolamentazione e una efficace sorveglianza esse potranno meritarsi il nome “stablecoin”. Ma solo la moneta emessa dalla banca centrale è davvero stabile.

L’Europa è all’avanguardia nella regolamentazione in questo ambito. La proposta legislativa della Commissione europea di un regolamento sui mercati delle criptoattività (Markets in Crypto-Assets, MiCA) prevede una serie di meccanismi volti a ridurre i rischi per i consumatori e per il sistema finanziario nel suo complesso. L’orientamento adottato è che fino a quando non vi sarà una adeguata regolamentazione, nessuna stablecoin dovrebbe iniziare a operare nell’area dell’euro.

La BCE sta inoltre definendo un nuovo quadro di riferimento per la sorveglianza su strumenti, schemi e funzionalità di pagamento elettronico – lo schema PISA (Payment Instruments, Schemes and Arrangements) – allo scopo di estendere la sorveglianza alle stablecoin.

Solo in un secondo tempo, quando il nuovo quadro normativo e di sorveglianza sarà completato, si potrà discutere la possibile introduzione delle stablecoin.

E le criptovalute, come bitcoin e simili? Come state affrontando la situazione al momento? Perché il quadro regolamentare ancora non c’è.

Non vi sono meccanismi formali che possano essere facilmente applicati per impedire agli investitori nell’area dell’euro di acquistare criptoattività. Non sono valute e non sono moneta. I rischi che comportano sono molto elevati. Dovrebbero essere regolamentate con grande attenzione. La proposta MiCA introdurrà norme sulle criptoattività. Il nostro schema PISA ci consentirà di esercitare la sorveglianza su di esse.

Cosa significa sorveglianza sulle criptoattività?

È molto difficile assoggettarle a regolamentazione e sorveglianza, perché non esiste un unico soggetto giuridico responsabile. Vi è un sistema decentrato. I partecipanti a tale sistema potrebbero essere in Cina, in Svizzera, in Sud America o in qualsiasi altro paese. Ma se nell’offerta di criptoattività sono coinvolti intermediari, vi saranno regolamentazione e sorveglianza.

Le criptoattività sono molto pericolose. Non sono moneta, sono contratti assimilabili al gioco d’azzardo. Dovremmo cercare di tutelare il più possibile i consumatori. L’esperienza recente ci insegna inoltre che le criptoattività sono ampiamente utilizzate per fini illeciti. Inoltre pongono un problema di consumo energetico. Il bitcoin mining, ad esempio, impiega una quantità enorme di energia. Non è sostenibile.

Quando prenderà il via la sorveglianza? Quando entrerà in vigore lo schema PISA?

Mi auguro entro la fine di quest’anno. Ma ci serve la regolamentazione MiCA perché è complementare al nostro sistema di sorveglianza PISA.

Parliamo di politica monetaria e delle sue implicazioni. Ha menzionato l’imposizione di una remunerazione penalizzante per gli euro digitali come disincentivo dal detenerne troppi. Potrebbe essere un modo per rendere i tassi di interesse ancora più negativi?

No. Innanzi tutto perché non intendiamo eliminare il contante. Il motivo per cui esiste un limite inferiore ai tassi nominali è che se i tassi d’interesse divenissero fortemente negativi gli investitori avrebbero convenienza a detenere contante: tassi fortemente negativi renderebbero infatti il costo di detenere strumenti finanziari superiore al costo di detenere banconote.

Non stiamo introducendo l’euro digitale perché comunque vogliamo modificare la modalità di attuazione della nostra politica monetaria. Non intendiamo eliminare il contante. Non utilizzeremmo mai l’euro digitale per la politica monetaria e tanto meno abbiamo l’intenzione di imporre tassi di interesse fortemente negativi. Continueremo a offrire il contante.

Quanto pensa che costerà avviare il progetto dell’euro digitale?

Attualmente i costi di produzione delle banconote non ricadono sugli utenti finali. Ma ciò non vuol dire che le banche centrali subiscano perdite, in quanto l’emissione di banconote genera il cosiddetto reddito da signoraggio, dato dalla differenza fra il valore nominale della moneta e il costo della sua emissione.

Anche l’euro digitale sarebbe gratuito per gli utenti finali. Anche in questo caso, sosterremmo dei costi, ma senza subire perdite. Avremo più passività e più attività, e grazie a ciò ricaveremmo – in normali condizioni di mercato – più signoraggio. Nella prossima fase del progetto definiremo l’architettura dell’euro digitale e come i vari soggetti interessati potranno applicare eventuali commissioni. Ma non imporremo costi ai cittadini che utilizzeranno l’euro digitale per i propri pagamenti.

In ogni caso, non credo che il costo di emettere un euro digitale sarà elevato. L’Eurosistema – la BCE e le banche centrali nazionali – hanno una lunga esperienza con i pagamenti sia all’ingrosso sia al dettaglio. Potremmo utilizzare TIPS, sfruttando tecnologie già disponibili. Le banche centrali nazionali usano già la DLT. Non mi aspetto un costo proibitivo. E i proventi sarebbero elevati perché l’euro digitale consentirà di preservare mantenere le dimensioni del bilancio della banca centrale, ossia di avere più passività e più attività. E questo implica più reddito da signoraggio.

Gli intermediari ci guadagneranno?

La BCE come emittente non imporrà costi agli utenti. Gli intermediari offriranno servizi che includeranno l’accesso all’euro digitale per coprire i loro costi. L’interazione fra banche, altri intermediari e clienti rappresenta un tema assai complicato, che andrà analizzato a fondo. E vi dovrà essere concorrenza per far sì che commissioni e oneri per la clientela siano limitati.

In che modo questo cambierà il mondo della finanza e della moneta per il consumatore?

L’euro digitale darebbe un forte impulso alla digitalizzazione, consentendo a tutti i cittadini dell’area dell’euro di avere accesso a un mezzo di pagamento sicuro, privo di rischi e senza costi. Quella attuale è una fase di transizione, ma tra vent’anni tutti useremo strumenti digitali in misura assai maggiore. L’euro digitale può coesistere con il contante, ma sono certo che tutti useremo mezzi di pagamento digitali. Si potranno offrire prodotti programmabili a un costo minore. Ad esempio, gli utenti potrebbero decidere di autorizzare pagamenti automatici per transazioni routinarie come fatture e bollette, pedaggi autostradali, biglietti del cinema o parcheggi.

Sarà disponibile solo per l’area dell’euro o anche per chi non ne fa parte? In quest’ultimo caso, vi è il rischio che si eroda la sovranità monetaria dei paesi più piccoli?

Sì, è un rischio effettivo, ed è per questo stiamo riflettendo sui potenziali utenti a cui consentire l’accesso all’euro digitale. Nell’area dell’euro 3.000 euro sarebbero un importo sufficiente a coprire l’ammontare di contante già oggi detenuto dalla maggior parte delle persone. Ma in alcuni paesi con un minore PIL pro capite, anche non lontani da noi, questo potrebbe essere un importo troppo elevato, in grado di spiazzare i depositi bancari e di generare instabilità finanziaria. Dovremo considerare molto attentamente se consentire l’accesso agli utenti stranieri e, nel caso, fino a quale limite. Certamente i turisti stranieri nell’area dell’euro dovrebbero avere accesso agli euro digitali. Ma anche in questo caso introdurremmo dei limiti.

Ma vi è un’altra dimensione internazionale, più positiva: la possibilità di effettuare pagamenti transfrontalieri. Già ora stiamo collaborando a livello internazionale con altre banche centrali. I vantaggi dell’introduzione di valute digitali di banca centrale sarebbero sfruttati al massimo se queste fossero interoperabili, rendendo i pagamenti transfrontalieri più efficienti e meno costosi per gli utenti.

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