Intervista con Corriere della Sera

Intervista con Benoît Cœuré, Membro del Comitato esecutivo della BCE, condotta da Danilo Taino, il 7 Marzo 2019 et pubblicata il 11 marzo 2019

Alla riunione di giovedì 7 marzo, la Bce ha deciso di rafforzare lo stimolo monetario già in essere. Cos’è successo? Vi ha sorpreso la portata dell’indebolimento dell’economia dell’Eurozona?

L’indebolimento non è stato una sorpresa. L’attività economica è stata eccezionalmente forte nel 2017, grazie alle condizioni economiche globali. Sapevamo che ci sarebbe stato un aggiustamento verso il tasso di crescita potenziale. L’indebolimento è stato però più forte delle attese ed è arrivato prima, il che ha motivato le decisioni che abbiamo preso. Ma queste decisioni non rappresentano una svolta nella nostra politica; sono state calibrate attentamente su questa diagnosi. Noi ci stiamo adattando alla nuova realtà anziché ribaltare la nostra linea d’azione: non vediamo segni di una recessione al momento. Le previsioni dello staff della banca sono state riviste. In precedenza immaginavano che la crescita sarebbe stata consistentemente sopra il potenziale, il che avrebbe spinto l’inflazione verso il nostro obiettivo di quasi il 2%, mentre ora prevedono che la crescita reale sarà inizialmente uguale o inferiore alla crescita potenziale. Il che significa che ci vorrà più tempo perché l’inflazione raggiunga il 2%.

Se arrivassero choc esterni, la Bce potrebbe tornare a comprare titoli sui mercati?

Non ne vediamo la necessità. Continuiamo a vedere una crescita consistente, nonostante sia meno forte di prima. Servirà più tempo per raggiungere l’obiettivo d’inflazione ma ci arriveremo. Stiamo reagendo agli sviluppi che abbiamo visto finora, quindi manterremo i tassi a zero più a lungo, continueremo a reinvestire i pagamenti che ci arriva dai titoli che maturano nel nostro portafoglio, garantiremo liquidità a condizioni favorevoli alle banche, a patto che finanzino l’economia reale. Se mi chiede di un altro programma di acquisto di titoli, dico solo che questo strumento è ormai nella nostra cassetta degli attrezzi ma non ce n’è necessità ora”.

Le politiche di bilancio dei governi europei le sembrano adeguate alla situazione?

E’ difficile per un banchiere centrale dare consigli dettagliati sulle politiche fiscali, dal momento che esse sono materia per i governi democraticamente eletti. Quel che nel complesso posso dire è che oggi la posizione fiscale nell’Eurozona è leggermente espansiva e sostiene l’attività economica. La Commissione europea ha invitato i Paesi che hanno uno spazio di bilancio, come la Germania, a usarlo nel modo che ritengono appropriato. Chi non ha spazio di manovra non dovrebbe usarlo o fingere di averlo. Ciò non vale solo per l’Italia ma anche per la Francia: entrambi i Paesi hanno ancora strada da fare per ricostruire dei cuscinetti fiscali di sicurezza.

Sui mercati molti ritengono che l’Italia possa essere fonte di crisi in Europa.

Non sta a me parlare di politica. Ma è vero che economicamente l’Italia è in un momento difficile. E’ l’unico Paese dell’Eurozona in recessione tecnica. E non ha visto un miglioramento nel mercato del lavoro, il che è un’altra cosa che la distingue dalle altre economie dell’area euro. Nel lungo periodo, il problema dell’Italia è ben noto: è la crescita della produttività. Non credo che niente di tutto questo abbia a che fare con l’euro, altrimenti sarebbe un problema generale dell’Eurozona. La risposta è puntare sulle forze del Paese, come le imprese medie e piccole. E usare il mercato unico come leva per rafforzarle e aiutarle a esportare nei mercati globali. Isolamento e protezionismo non funzionano. L’Europa è un asset per le nostre economie.

L’impressione è che oggi sia difficile fare le riforme di cui si parla, il completamento dell’Unione bancaria e il mercato unico dei capitali. La condivide?

Sì, la condivido e questa è una preoccupazione qui alla Bce. Crediamo fermamente che l’Europa sia parte della soluzione per affrontare i problemi dei cittadini europei. Molti di loro in molti Paesi sono arrabbiati perché i risultati economici non sono quelli che dovrebbero essere, perché c’è voluto troppo tempo a superare la crisi finanziaria, perché la disoccupazione – soprattutto tra i giovani - è ancora alta, perché la globalizzazione non ha mantenuto le sue promesse e invece ha aumentato le disuguaglianze e ha marginalizzato parti della società. Le misure che servono per rispondere possono essere efficaci solo a livello europeo. Non tutto funziona bene in Europa e richiede una discussione. L’Italia, come Paese fondatore della Ue e terza economia dell’area euro, deve essere parte del dibattito.

Cosa pensa delle proposte di riforma di Macron?

Non sta a me commentare cosa dice il presidente francese. Ha fatto partire una discussione. E ogni Paese deve parteciparvi. Se i leader europei si concentrano solo sulle politiche nazionali, questo egocentrismo può solo rendere l’Europa più debole.

Il ritorno all’era della globalizzazione precedente, quella senza ostacoli è improbabile?

Sì, è decisamente improbabile. Ed è una buona notizia. Perché la ragione per la quale ci sono problemi oggi è che la globalizzazione non ha mantenuto le promesse. Come disse una volta Tommaso Padoa Schioppa: ‘la gente che si lamenta che non torneremo al sentiero pre-crisi dimentica che è esattamente quel sentiero che ci ha condotti a quella crisi’. Oggi siamo in una transizione molto disordinata e ci sono tentazioni di tornare a ideali nazionalisti, mentre uno dei grandi successi raggiunti dopo la seconda guerra mondiale è stata la creazione di un ordine internazionale basato sulla fiducia. Un cambiamento è necessario: per esempio siamo stati naif nell’aprire i flussi finanziari internazionali. C’è stata troppa globalizzazione finanziaria e questo ha portato volatilità e rischi sistemici e ha eroso la base fiscale perché le multinazionali hanno perso l’appartenenza nazionale. In un certo senso, l’apertura finanziaria ha eliminato i benefici dell’apertura commerciale. Dobbiamo raggiungere un nuovo ordine internazionale che superi questi problemi. Ma tornare a un sistema di sole priorità nazionali chiaramente non funziona.

Non crede che le banche centrali siano caricate di troppi ruoli e responsabilità?

Sì, lo penso. La gente si aspetta troppo dalle banche centrali, considerando ciò che possiamo fare e il mandato che ci hanno dato. Se dai troppi obiettivi a una banca centrale la trasformi da un’entità apolitica con un preciso mandato in un’istituzione politica. Abbiamo il dovere di portare a termine il nostro mandato, che è la stabilità dei prezzi. Ma darci troppi obiettivi ci renderebbe politici, che certamente non è quel che vogliamo essere.

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