Intervista con Il Sole 24 Ore

Intervista con Peter Praet, membro del Comitato esecutivo della BCE, condotta da Alessandro Merli il 22 Marzo, pubblicata il 24 Marzo 2017

Questo fine settimana, si celebra il 60esimo anniversario del Trattato di Roma. L’unione monetaria, con la creazione dell’euro, è uno degli elementi più tangibili dell’integrazione europea. Oggi è sotto crescente attacco da parte di forze anti-euro in diversi Paesi. È tornato il rischio di ridenominazione, di rottura dell’euro, come pensa qualcuno sui mercati?

L’unione monetaria è legata al progetto del mercato unico e questo a sua volta al progetto politico nato dopo la Seconda guerra mondiale con l’obiettivo di prevenire nuovi conflitti in Europa. Non si può separare l’uno dagli altri. Forse le generazioni più giovani lo hanno dimenticato. Ecco perché l’irreversibilità del progetto deve essere ribadita continuamente. Sono consapevole del fatto che alcuni analisti di mercato discutono di rischio di ridenominazione. Ma questo non è comparabile alla situazione del 2012. Non lo sopravvaluterei. Ma quel che mi preoccupa è la narrativa populista che le cose andavano meglio prima dell’euro. E’ un inganno! Siamo arrivati all’unione monetaria dopo esperienze disastrose con i cambi flessibili e alcuni tentativi senza successo di fluttuazione ordinata delle valute. Le svalutazioni, che i populisti sostengono siano un “free lunch”, un pasto gratuito, e consentano di riguadagnare competitività in modo miracoloso si sono dimostrate estremamente costose. Nel 1992, dopo una forte svalutazione della lira, il mercato unico era minacciato e sono cominciate a emergere barriere non tariffarie al commercio. La memoria tende ad essere selettiva, ci si è dimenticati di quando in Italia i tassi d’interesse erano in doppia cifra. Le svalutazioni danno un po’ di respiro nel breve termine, ma questo è annullato dall’inflazione e da premi al rischio più alti.

L’Italia, uno dei Paesi fondatori della Ue e padrona di casa delle celebrazioni di questo fine settimana, è anche uno dei Paesi in cui l’euro è meno popolare e dove molti chiedono un ritorno alla lira.

I sondaggi, a mio parere, mostrano una disaffezione verso la situazione generale, di cui l’euro diventa un capro espiatorio. In Italia, le conseguenze di questa narrativa sono semplicemente sbagliate. L’alternativa nostalgica secondo cui tutto andrà a posto con il solo ritorno alla lira equivale a imbrogliare la gente. Il costo di un cambiamento di regime monetario sarebbe enorme e i poveri sarebbero la parte della popolazione che ne soffre di più. Guardi il recente rapporto dell’Ocse sull’Italia. Il reddito pro capite è calato del 10% dopo la crisi, allo stesso livello del 1997: dar la colpa alla valuta è il bersaglio sbagliato. Il cambio non determina la ricchezza di un Paese nel lungo periodo: ci sono Paesi che hanno successo all’interno di unioni monetarie e altri con il cambio flessibile. In Italia ci sono problemi reali, per esempio nel sistema dell’istruzione, nella partecipazione femminile alla forza lavoro, nella preparazione della manodopera, nella qualità della pubblica amministrazione, nella diffusione delle tecnologie. Il miglioramento in queste aree creerà ricchezza e questa ricchezza dev’essere inclusiva, per evitare un’altra fonte di populismo. E’ meglio guardare alla lista di riforme dell’Ocse: alcune sono state adottate e stanno producendo risultati, ma la lista delle cose da fare è ancora molto lunga.

Cosa può fare la Bce?

Noi dobbiamo avere successo nell’adempiere al nostro mandato di mantenere la stabilità dei prezzi nel medio termine, creando in questo modo le condizioni per una crescita sostenibile. Dobbiamo continuare a essere una fonte di stabilità in una situazione di volatilità. Il nostro mandato è limitato. Le politiche strutturali non rientrano nei nostri compiti, ma sono la responsabilità dei Governi.

Venendo alla politica monetaria della Bce, la ripresa si sta rafforzando e l’inflazione sta risalendo. Eppure, avete deciso di lasciare il vostro orientamento invariato.

Sì, l’economia sta andando meglio, la ripresa si sta rafforzando e ampliando, sia fra i Paesi, sia fra i settori. In Italia la situazione è migliorata da un punto di vista ciclico, ma la crescita è tuttora un modesto 1%, il che mostra un problema di crescita potenziale, un segno di problemi strutturali acuti. Le nostre politiche hanno stabilizzato l’area euro, stiamo vedendo risultati e il rischio di deflazione non c’è più. Siamo più fiduciosi sulla crescita. Ma le prospettive dell’economia sono ancora dipendenti dal mantenimento di un elevato grado di stimolo monetario. Le discussioni su un’uscita dalle misure espansive sono premature. L’inflazione è più alta a causa del petrolio, che, fra l’altro, recentemente è calato del 10%, il che conferma la volatilità e il fatto che bisogna guardare al di là di movimenti di breve termine, temporanei. Abbiamo bisogno anche di vedere una conferma delle indicazioni dei sondaggi nei dati reali.

State guardando ora con maggiore attenzione all’inflazione di fondo, depurata del petrolio e degli alimentari, e ai salari, più che all’inflazione complessiva?

Guardiamo a numerosi indicatori dell’inflazione sottostante, uno dei quali è l’inflazione di fondo. Un altro sono i salari. Al momento non vediamo una ripresa dell’inflazione sottostante. Si prevede che accada con la riduzione dell’output gap. L’evoluzione dei salari nell’area euro resta modesta, anche in Germania. Questo può rivelare che c’è più capacità inutilizzata nei mercati del lavoro dell’eurozona di quanto non mostrino i tassi di disoccupazione. Questo si può attribuire a lavoratori scoraggiati che escono dalle statistiche o a persone che fanno part-time involontario. Dobbiamo essere pazienti.

Negli ultimi giorni, i mercati hanno interpretato le vostre comunicazioni come se vi steste preparando all’uscita dallo stimolo monetario.

Abbiamo comunicato chiaramente che il nostro orientamento di politica monetaria resta appropriato. Le nostre misure stanno funzionando e il percorso dell’inflazione continua a dipendere dall’orientamento accomodante della nostra politica monetaria. Sullo sfondo di condizioni economiche migliori, e dopo un così lungo periodo di stimolo monetario, i mercati sono molto sensibili a ogni segnale che possa suggerire un cambio dell’orientamento della politica monetaria.

All’ultimo consiglio direttivo, avete riaffermato la vostra forward guidance, le indicazioni prospettiche, e la sequenza della fine degli acquisti di titoli prima, e dei rialzi dei tassi poi. Ma la lettura dei mercati è stata diversa, incoraggiata anche dalle dichiarazioni di un membro del consiglio (il governatore austriaco, Ewald Nowotny, ndr).

Il consiglio non ha segnalato alcun cambiamento nell’orientamento, compresa la forward guidance. Questa ha dato buoni risultati e portato a condizioni finanziarie appropriate. L’abbiamo ribadita. Non abbiamo avuto alcuna discussione in consiglio sulla sequenza.

I tassi d’interesse negativi sono un onere per le banche. Non avrebbe senso rimuoverli prima, invece che dopo?

Per ora, non abbiamo visto un forte impatto dei tassi negativi sulla trasmissione delle nostre misure all’economia. Quel che conta per il settore bancario in generale è la pendenza della curva dei rendimenti, non tanto il livello dei tassi. Ci può essere una riduzione dei profitti nei Paesi dove c’è liquidità in eccesso. Ma il sistema bancario beneficia del miglioramento dell’economia, di una politica orientata alla stabilità.

Il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, ha menzionato che potreste considerare di accorciare il periodo fra la fine del Qe e il primo rialzo dei tassi, che al momento dite che sarà “ben dopo” la fine degli acquisti di titoli.

Non diamo una data per quando questo avverrà. Il consiglio deciderà a suo tempo quando sarà lungo il “ben dopo”.

Lo scorso fine settimana a Baden-Baden, il G-20 ha mostrato una chiara divergenza fra la nuova amministrazione Usa e gli altri Paesi sul commercio internazionale. E’ questo uno dei fattori globali che avete in mente quando parlato di rischi al vostro scenario?

C’è incertezza sulle politiche ogni volta che c’è un cambio di governo. Non è sempre facile mettere in atto le promesse della campagna elettorale e questo emerge dal recente aggiustamento dei mercati. Per ora, non abbiamo visto molte azioni concrete, ma il fatto che la base del multilateralismo sia messa in discussione è una delle preoccupazioni più gravi. Ci si dimentica del contributo positivo del G-20 nella fase acuta della crisi nel 2009, e di nuovo lo scorso anno nel severo shock dei mercati emergenti. Il G-20 ha comunicato la sua valutazione condivisa dei rischi per l’economia globale e i suoi membri hanno preso una serie di misure, che sono state decisive per la ripresa economica successiva. Hanno anche avuto successo nell’evitare misure protezioniste.

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