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  • Integrazione europea

    Tappe dell’integrazione europea

    L’origine dell’Unione europea (UE), così come la conosciamo oggi, risale al 1952 con la creazione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA) per iniziativa dei sei paesi fondatori: Belgio, Germania, Francia, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi. Nell’intento di preservare la pace, essi decisero in questo modo di sottrarre alla sovranità nazionale il controllo delle risorse che erano state essenziali per le due guerre mondiali: il carbone e l’acciaio.

    Incoraggiati dal successo di tale iniziativa, gli stessi paesi vollero presto integrare altri settori delle proprie economie (ad esempio quello agricolo) allo scopo di rimuovere le barriere commerciali e dar vita a un mercato comune. Nel 1958 fondarono la Comunità economica europea (CEE) e la Comunità europea dell’energia atomica (Euratom). Le istituzioni delle tre Comunità furono quindi fuse nel 1967. Nel corso degli anni, altri paesi d’Europa aderirono in diversi momenti alla Comunità europea (CE) e, dopo il Trattato di Maastricht del 1993, all’Unione europea.

    Il 1° dicembre 2009 è entrato in vigore il Trattato di Lisbona, che non rappresenta un atto costituzionale, ma piuttosto modifica il Trattato sull’Unione europea (o Trattato di Maastricht) e il Trattato che istituisce la Comunità europea (o Trattato di Roma). Esso stabilisce un nuovo quadro istituzionale inteso a rafforzare la democraticità, la trasparenza e l’efficienza dell’Unione europea. Inoltre si propone di accrescere la coerenza e la visibilità dell’azione dell’UE sulla scena mondiale.

    In questo contesto “integrazione” significa che i paesi adottano decisioni congiunte in numerosi ambiti, approvando “politiche” che spaziano dall’agricoltura alla tutela dei consumatori, dalla concorrenza alla cultura, da ambiente ed energia a trasporti e commercio.

    Il mercato unico è stato formalmente completato alla fine del 1992, ma occorre continuare a lavorare ad alcuni aspetti (ad esempio in vista di realizzare un mercato autenticamente unico per i servizi finanziari).

    Fonte: www.europa.eu.

    Per maggiori informazioni sul Trattato di Lisbona, cfr. http://europa.eu/lisbon_treaty.

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  • Integrazione europea

    Allargamento dell’Unione europea

    1952: Belgio, Germania, Francia, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi

    La prima tappa dell’integrazione europea risale al 1952, quando questi sei paesi fondarono un mercato comune del carbone e dell’acciaio nell’intento di assicurare la pace fra le nazioni europee sconvolte dalla Seconda guerra mondiale. Tutti parteciparono a pari titolo, collaborando nell’ambito di istituzioni congiunte.

    1973: Danimarca, Irlanda e Regno Unito

    Il primo allargamento, da sei a nove membri, fu realizzato nel 1973 con l’adesione di Danimarca, Irlanda e Regno Unito. Al tempo stesso, le Comunità assunsero ulteriori funzioni e introdussero nuove politiche in campo sociale, regionale e ambientale.

    1981 e 1986: Grecia, Spagna e Portogallo

    La Grecia aderì alle Comunità nel 1981, seguita da Spagna e Portogallo nel 1986. Per ridurre il differenziale di sviluppo economico fra gli allora 12 Stati membri furono varati programmi strutturali, fra cui i primi Programmi integrati mediterranei (PIM).

    1995: Austria, Finlandia e Svezia

    I tre paesi entrarono a far parte dell’UE il 1° gennaio 1995.

    2004: Repubblica Ceca, Estonia, Cipro, Lettonia, Lituania, Ungheria, Malta, Polonia, Slovenia e Slovacchia

    L’adesione di tali paesi, il 1º maggio 2004, ha segnato il maggiore allargamento nella storia dell’Unione.

    2007: Bulgaria e Romania

    Con l’ingresso di Bulgaria e Romania, il 1º gennaio 2007, il numero degli Stati membri dell’UE è salito a 27.

    2013: Croazia

    La Croazia è divenuta il ventottesimo Stato membro dell’Unione europea il 1° luglio 2013, in seguito alla firma del Trattato di adesione nel dicembre 2011 e alla ratifica da parte di tutti gli Stati membri e della stessa Croazia.

    Paesi candidati

    L’Islanda, l’ex Repubblica iugoslava di Macedonia, il Montenegro, la Serbia e la Turchia sono i paesi attualmente candidati all’adesione, mentre l’Albania, la Bosnia-Erzegovina e il Kosovo[1] sono potenziali paesi candidati.

    Fonte: www.europa.eu


    [1] Secondo la definizione data nella risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite UNSCR 1244 del 10 giugno 1999.

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  • Integrazione europea

    Preparativi per l’Unione economica e monetaria

    Negli anni sessanta, a fronte dei progressi compiuti nell’integrazione economica europea, emerse l’idea di creare una moneta comune.

    I trattati, tuttavia, non prevedevano ancora l’adozione di una valuta unica della Comunità economica europea. Inoltre, in quel momento i sei paesi della CEE partecipavano a un sistema monetario internazionale che funzionava sufficientemente bene, il Sistema di Bretton Woods, nel cui ambito i tassi di cambio fra le valute, fissi ma aggiustabili, si erano mantenuti relativamente stabili fino alla metà degli anni sessanta, sia all’interno della CEE sia a livello mondiale.

    Nel 1969 la Commissione europea presentò il Piano Barre per approfondire l’idea di una moneta unica, dati i crescenti segnali di tensione che mostrava il Sistema di Bretton Woods. Sulla base del Piano Barre i capi di Stato o di governo invitarono il Consiglio dell’UE a elaborare una strategia per la creazione dell’Unione economica e monetaria (UEM); questa fu delineata nel Rapporto Werner del 1970, che proponeva la realizzazione dell’UEM in diverse fasi da completare entro il 1980. Tuttavia, il processo perse slancio a fronte delle notevoli tensioni presenti sui mercati valutari internazionali, in seguito al crollo del Sistema di Bretton Woods agli inizi degli anni settanta, e per effetto delle risposte politiche divergenti agli shock economici di quel periodo, fra cui in particolare la prima crisi petrolifera.

    Per fronteggiare tale instabilità e la conseguente volatilità dei tassi di cambio, i nove Stati membri della CEE[1] rilanciarono il processo di cooperazione in campo valutario nel marzo 1979, con l’istituzione del Sistema monetario europeo (SME). La sua principale caratteristica consisteva nel meccanismo che introduceva tassi di cambio fissi ma aggiustabili fra le valute dei paesi della CEE, richiedendo adeguamenti delle politiche economiche e monetarie in quanto strumenti per il mantenimento della stabilità dei cambi. Nel contesto dello SME, i partecipanti riuscirono a realizzare un’area caratterizzata da crescente stabilità monetaria e ad allentare gradualmente i controlli sui movimenti dei capitali.

    Un ulteriore stimolo al perseguimento della moneta unica e dell’UEM derivò dall’adozione dell’Atto unico europeo nel 1986, che stabilì un orizzonte temporale per l’avvio del mercato comune e riaffermò la necessità di realizzare l’UEM.

    Nel 1988 il Consiglio europeo confermò l’obiettivo di creare l’UEM e conferì a un comitato di esperti di politica monetaria, a cui partecipavano in particolare i governatori delle banche centrali dei paesi della CE, il mandato di proporre tappe concrete per la sua attuazione.

    Il Rapporto Delors che fu stilato a conclusione di tale processo raccomandava di pervenire all’UEM in tre fasi, per le quali occorreva ancora definire il fondamento giuridico. I negoziati avviati in seguito al rapporto condussero alla firma del Trattato sull’Unione europea (Maastricht, 7 febbraio 1992). Questo istituì l’Unione europea (UE) e modificò i trattati alla base delle Comunità europee, aggiungendo un nuovo capitolo sulla politica economica e monetaria con il quale si stabilivano i fondamenti dell’UEM nonché una metodologia e un calendario per la sua realizzazione.


    [1] Belgio, Danimarca, Germania, Irlanda, Francia, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi e Regno Unito.

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  • Integrazione europea

    Tre fasi dell’Unione economica e monetaria

    Il 1º luglio 1990 ebbe inizio la Prima fase dell’Unione economica e monetaria (UEM), che fu principalmente caratterizzata dallo smantellamento di tutte le barriere interne alla libera circolazione di beni, persone, servizi e capitali fra gli Stati membri dell’UE.

    La Seconda fase si aprì il 1º gennaio 1994 con la fondazione dell’Istituto monetario europeo (IME), al quale sarebbe succeduta la Banca centrale europea (BCE). Questa fase fu dedicata ai preparativi tecnici per la creazione della moneta unica, all’applicazione della disciplina di bilancio e al rafforzamento della convergenza delle politiche economiche e monetarie degli Stati membri dell’UE. La BCE fu quindi istituita nel giugno 1998 e fino allo scadere dell’anno poté dare concreta attuazione ai preparativi svolti dall’IME.

    La Terza e ultima fase dell’UEM fu avviata il 1º gennaio 1999: i tassi di conversione fra le valute degli 11 Stati membri inizialmente partecipanti furono fissati in modo irrevocabile, l’euro venne introdotto quale moneta comune e il Consiglio direttivo della BCE assunse la competenza per la politica monetaria unica nell’area dell’euro. Nel maggio 1998 il Consiglio dell’UE, riunito nella composizione dei capi di Stato o di governo, aveva confermato che 11 degli allora 15 Stati membri dell’UE (Belgio, Germania, Irlanda, Spagna, Francia, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Austria, Portogallo e Finlandia) soddisfacevano i criteri per l’adozione della moneta unica. La Grecia entrò, invece, a far parte dell’area dell’euro il 1° gennaio 2001.

    Le banconote e monete in euro subentrarono a quelle denominate nelle valute nazionali; la prima sostituzione del contante fu completata il 1º gennaio 2002. La Slovenia aderì successivamente quale tredicesimo paese partecipante all’area dell’euro, nel gennaio 2007, seguita da Cipro e Malta il 1º gennaio 2008, dalla Slovacchia il 1° gennaio 2009 e dall’Estonia il 1° gennaio 2011.

    Per maggiori informazioni sulle tre fasi dell’UEM, cfr. www.ecb.europa.eu/ecb/history/emu/html/index.it.html.

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  • Integrazione europea

    Criteri di convergenza

    Convergenza e Unione economica e monetaria

    L’area dell’euro è lo spazio valutario istituito nel 1999 al quale inizialmente aderirono 11 degli allora 15 Stati membri dell’UE, per un totale di oltre 300 milioni di cittadini. Le competenze di politica monetaria furono trasferite all’Eurosistema[1], che fa capo a un’istituzione sovranazionale: la Banca centrale europea (BCE). Gli Stati membri partecipanti mantennero, tuttavia, il controllo diretto delle politiche economiche, nel rispetto di un quadro di riferimento europeo.

    Era quindi importante che i singoli Stati membri si impegnassero a conseguire una convergenza durevole per creare un contesto di stabilità dei prezzi in Europa. Le politiche economiche nazionali contribuirono al raggiungimento di condizioni più omogenee all’interno dell’area dell’euro; l’ordinata introduzione della moneta unica fu possibile grazie alla convergenza dei paesi partecipanti verso i migliori parametri esistenti per alcune variabili economiche fondamentali. La convergenza economica semplifica il compito della politica monetaria, che consiste nel mantenere un livello stabile dei prezzi nell’area dell’euro, a sostegno di una crescita non inflazionistica. Anche gli Stati membri dell’UE che in futuro adotteranno la moneta unica sono tenuti ad assicurare la convergenza delle proprie economie con quella dell’area.

    Criteri di convergenza

    Al fine di assicurare una convergenza sostenibile, il Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (Trattato di Lisbona) definisce una serie di criteri che ciascuno Stato membro dell’UE deve rispettare prima di essere ammesso alla Terza fase dell’Unione economica e monetaria (UEM).

    • Lo Stato membro non deve essere interessato da una decisione del Consiglio dell’UE relativa all’esistenza di un disavanzo di bilancio eccessivo.
    • Occorre presentare un livello sostenibile di stabilità dei prezzi e un tasso medio di inflazione che, osservato per un periodo di un anno anteriormente all’esame, non superi di oltre 1 punto percentuale e mezzo quello dei tre Stati membri che hanno conseguito i migliori risultati in termini di stabilità dei prezzi.
    • Il tasso di interesse nominale a lungo termine non deve eccedere di oltre 2 punti percentuali quello dei tre Stati membri che hanno conseguito i migliori risultati in termini di stabilità dei prezzi.
    • I normali margini di fluttuazione stabiliti dal meccanismo di cambio devono essere rispettati senza gravi tensioni per almeno due anni prima dell’esame.
    • Lo Stato membro deve assicurare che la propria legislazione nazionale, incluso lo statuto della banca centrale nazionale (BCN), sia compatibile con gli articoli 130 e 131 del Trattato e con lo Statuto del Sistema europeo di banche centrali (Statuto del SEBC). Tale obbligo di compatibilità, imposto a ogni Stato membro con deroga, è anche definito “convergenza legale”.

    I criteri di convergenza sono concepiti per assicurare un’evoluzione equilibrata delle economie all’interno dell’UEM, tale da non originare tensioni fra gli Stati membri dell’UE. Va inoltre ricordato che i criteri concernenti il disavanzo e il debito pubblico devono continuare a essere soddisfatti dopo l’avvio della Terza fase dell’UEM (1º gennaio 1999) e che, a tal fine, il Consiglio europeo di Amsterdam ha adottato il Patto di stabilità e crescita nel giugno 1997.

    Per un’esposizione dettagliata dei criteri di convergenza, cfr. www.ecb.europa.eu/ecb/orga/escb/html/convergence-criteria.it.html.


    [1] L’Eurosistema, il sistema di banche centrali dell’area dell’euro, include la BCE e le banche centrali nazionali degli Stati membri che hanno adottato la moneta unica nella Terza fase dell’Unione economica e monetaria.

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  • Integrazione europea

    Unione economica e monetaria (UEM)

    L’UEM nel 2013

    L’euro è stato adottato da 17 degli attuali 28 Stati membri dell’UE (Belgio, Germania, Estonia, Irlanda, Grecia, Spagna, Francia, Italia, Cipro, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Austria, Portogallo, Slovenia, Slovacchia e Finlandia), i quali partecipano quindi a pieno titolo alla Terza fase dell’UEM.

    La Danimarca e il Regno Unito hanno invece negoziato uno status speciale; i protocolli allegati al Trattato che istituisce la Comunità europea (Trattato CE) conferiscono loro, in via eccezionale, il diritto di decidere se aderire o meno alla Terza fase. Entrambi si sono finora avvalsi di questa clausola di esenzione, hanno cioè comunicato al Consiglio dell’UE (Danimarca nel 1992 e Regno Unito nel 1997) l’intenzione di non procedere per ora alla Terza fase, ossia di non entrare a far parte dell’area dell’euro. I rimanenti paesi dell’UE sono al momento membri con “deroga”, non avendo ancora soddisfatto le condizioni per l’adozione dell’euro; essi non sono pertanto soggetti ad alcune delle disposizioni che normalmente si applicano dall’inizio della Terza fase dell’UEM, ivi compresi tutti i provvedimenti che trasferiscono le competenze di politica monetaria al Consiglio direttivo della BCE.

    Criteri di convergenza

    I paesi che intendono adottare l’euro come propria moneta devono raggiungere un elevato livello di “convergenza sostenibile”, che viene valutato sulla base dei criteri definiti nel Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (cfr. scheda sui “Criteri di convergenza”).

    Rapporti sulla convergenza

    Almeno con cadenza biennale, o su richiesta del paese interessato, la Commissione europea e la BCE sottopongono al Consiglio dell’UE un rapporto sui progressi compiuti da ciascuno “Stato membro con deroga”, in cui si esamina se sia stato conseguito un alto livello di convergenza sostenibile, valutando in quale misura siano stati soddisfatti i criteri di convergenza.

    Nel rapporto si verifica, inoltre, la compatibilità della legislazione nazionale dello Stato membro, compreso lo statuto della banca centrale nazionale, con il Trattato sul funzionamento dell’Unione europea per quanto concerne l’indipendenza della banca centrale.

    Il “Rapporto sulla convergenza” tiene altresì conto dell’integrazione dei mercati, della situazione e dell’andamento delle partite correnti delle bilance dei pagamenti, nonché dell’evoluzione dei costi unitari del lavoro e di altri indici di prezzo.

    Su proposta della Commissione e previa consultazione del Parlamento europeo, e successivamente al dibattito in seno al Consiglio dell’UE, riunito nella composizione dei capi di Stato o di governo, il Consiglio Ecofin decide a maggioranza qualificata quali sono gli Stati membri con deroga che soddisfano i criteri di convergenza; in seguito alla revoca della deroga, questi entrano quindi a far parte dell’area dell’euro.

    Convergence criteria
    Convergence reports

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  • Integrazione europea

    Vantaggi dell’euro

    La moneta comune che abbiamo oggi può essere ritenuta il naturale compimento del mercato unico. Essa presenta i seguenti vantaggi.

    Tassi di interesse contenuti grazie a un’elevata stabilità dei prezzi

    La politica monetaria unica è stata condotta con successo dall’Eurosistema. L’euro mostra lo stesso grado di stabilità delle valute che più si distinguevano in tal senso fra quelle precedentemente utilizzate nei paesi dell’area dell’euro. Ciò ha creato un contesto di stabilità dei prezzi, esercitando un effetto di moderazione sul processo di formazione dei salari e dei prezzi. Le attese di inflazione e i premi per il rischio associati a quest’ultima si sono quindi mantenuti stabili e contenuti. Persino nel difficile contesto attuale la stabilità dei prezzi non risulta compromessa nell’area.

    Maggiore trasparenza dei prezzi

    La possibilità di effettuare pagamenti utilizzando la stessa moneta nell’insieme dell’area dell’euro rende più agevole lo spostamento dei cittadini fra i paesi partecipanti. La trasparenza dei prezzi avvantaggia inoltre i consumatori, che mediante comparazioni dirette possono facilmente individuare il fornitore più conveniente all’interno dell’area (ad esempio per l’acquisto di un’autovettura). La trasparenza derivante dalla moneta unica aiuta, quindi, l’Eurosistema a mantenere l’inflazione sotto controllo e il rafforzamento della concorrenza favorisce un uso più efficiente delle risorse disponibili, stimolando gli scambi entro i confini dell’area e promuovendo di conseguenza la crescita e l’occupazione.

    Eliminazione dei costi di transazione

    L’introduzione dell’euro, il 1º gennaio 1999, ha consentito di realizzare notevoli risparmi eliminando i costi connessi alle operazioni in valuta. All’interno dell’area dell’euro non occorre più sostenere costi per:

    • eseguire operazioni di acquisto o vendita di valuta sui mercati dei cambi;
    • tutelarsi dalle oscillazioni avverse dei cambi;
    • effettuare pagamenti transfrontalieri in divisa estera, che richiedono commissioni elevate;
    • detenere conti in diverse valute, la cui gestione risulta più complessa.

    Eliminazione delle oscillazioni del cambio

    Nel nuovo spazio monetario nato con l’introduzione dell’euro sono venute meno le oscillazioni del cambio; le transazioni commerciali e la concorrenza a livello transfrontaliero non sono più ostacolate dai costi e dai rischi associati a questo aspetto.

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  • Integrazione finanziaria dell’area dell’euro

    Se prima dell’avvento della moneta comune i sistemi finanziari erano organizzati in una prospettiva nazionale, ciascuno per la rispettiva valuta, con l’istituzione del mercato unico e soprattutto con l’introduzione dell’euro si è necessariamente sviluppata una rete di collegamenti. Nonostante le sfide più recenti, i mercati finanziari (ad esempio quelli monetari) sono più integrati di quanto non lo fossero in precedenza, grazie anche alle connessioni esistenti fra le relative infrastrutture quali i sistemi di pagamento. È stata inoltre favorita la cooperazione tra istituzioni finanziarie a livello transfrontaliero, tramite fusioni bancarie o l’apertura di filiali all’estero.

    In molti casi i collegamenti iniziali si sono consolidati fino a un’integrazione a tutti gli effetti. Ad esempio, i 15 sistemi nazionali per i pagamenti di importo rilevante, inizialmente collegati nel 1999 per formare Target, sono stati sostituiti nel 2008 da un sistema tecnicamente centralizzato molto più efficiente denominato Target2. In alcuni ambiti occorre realizzare ulteriori progressi; ad esempio, è necessario armonizzare a livello europeo le modalità di movimentazione dei titoli tra venditori e acquirenti. È questo il compito che assolverà la piattaforma Target2-Securities.

    Vantaggi economici generali dell’integrazione finanziaria

    L’espansione e la maggiore integrazione del sistema finanziario formato dall’area dell’euro consentono ai cittadini e alle imprese di meglio sfruttare le economie di scala e di gamma, mentre le famiglie possono avere accesso a una più vasta scelta di prodotti finanziari (ad esempio mutui per l’acquisto di abitazioni) a costi inferiori. L’integrazione finanziaria amplia quindi il potenziale di crescita economica.

    Importanza dell’integrazione finanziaria per l’assolvimento dei compiti della BCE

    • Il sistema finanziario è importante ai fini della conduzione della politica monetaria nell’area dell’euro, che rappresenta il compito essenziale assegnato all’Eurosistema. Se ben integrato, esso agevola l’ordinata attuazione della politica monetaria e la trasmissione equilibrata dei suoi effetti in tutta l’area dell’euro.
    • L’integrazione contribuisce anche alla stabilità finanziaria dando vita a mercati più vasti, liquidi e concorrenziali, che offrono maggiori possibilità di diversificazione dei rischi.
    • L’integrazione finanziaria è fondamentale anche per l’assolvimento del compito dell’Eurosistema di promuovere l’ordinata operatività dei sistemi di pagamento, che a sua volta riveste un ruolo significativo nel consentire il sicuro ed efficiente funzionamento dei sistemi di compensazione e regolamento delle operazioni in titoli.

    Contributo della BCE

    La BCE contribuisce all’integrazione finanziaria in quattro modi.
    1. Offre consulenza sull’assetto normativo e regolamentare del sistema finanziario e sull’attività di regolamentazione diretta.
    2. Agisce da catalizzatore dell’integrazione finanziaria: la BCE, insieme alla Commissione europea, guida e assiste il mercato nell’ambito dell’Area unica dei pagamenti in euro (Single Euro Payments Area, SEPA) per le operazioni al dettaglio. Lo scopo è consentire in tutta Europa pagamenti al dettaglio in euro con strumenti alternativi al contante che siano altrettanto rapidi, convenienti e sicuri di quelli effettuati oggi all’interno dei singoli paesi. A tal fine, si stanno rimuovendo gli ostacoli tecnici giuridici e di mercato per introdurre strumenti di pagamento, prassi e standard comuni.
    3. Amplia le conoscenze e svolge un’azione di sensibilizzazione seguendo lo stato dell’integrazione finanziaria europea: la BCE pubblica un rapporto annuale sull’integrazione finanziaria in Europa, basato su una vasta serie di statistiche.
    4. Presta servizi di banca centrale che promuovono tra l’altro l’integrazione finanziaria europea, fra questi: Target2 e in futuro Target2-Securities.

    Target2, di fatto la prima infrastruttura di mercato completamente integrata e armonizzata a livello europeo, ha permesso di sormontare la frammentazione esistente. In media tratta ogni giorno oltre 350.000 pagamenti, per un valore totale di 2.400 miliardi di euro. Nel 2012 il valore medio di un singolo pagamento effettuato in Target ammontava a 7,1 milioni di euro.

    Target2 conta, come partecipanti diretti, circa 1.000 banche di 24 paesi europei, che a loro volta danno accesso a un numero molto più elevato di altre banche. Attraverso il sistema possono quindi effettuare e ricevere pagamenti all’incirca 60.000 banche di tutto il mondo.

    Così come esistono sistemi di pagamento per la movimentazione di denaro, vi sono anche servizi per il trasferimento di titoli. Uno di questi sarà Target2-Securities (T2S), la cui entrata in funzione è prevista per il 2015.

    T2S sarà in futuro la piattaforma informatica (costruita e gestita dall’Eurosistema, che ne è altresì proprietario) per il regolamento in moneta di banca centrale di quasi tutte le operazioni in titoli condotte in Europa. Questo progetto, finalizzato soprattutto a favorire gli investimenti nel nostro continente, consentirà l’integrazione e l’armonizzazione delle infrastrutture di regolamento europee, attualmente molto frammentate. L’obiettivo è ridimensionare i costi per il regolamento delle operazioni transfrontaliere, nonché accrescere la concorrenza tra prestatori di servizi di post-negoziazione. Gli operatori di mercato, inoltre, beneficeranno di forti risparmi in termini di garanzie.

    Nello stesso ambito, la BCE gestisce un quadro operativo denominato CCBM. Questo è stato istituito affinché, dal 1999, tutte le banche dell’area dell’euro potessero stanziare titoli come garanzia nelle operazioni di credito infragiornaliero condotte in Target2 e nelle operazioni di politica monetaria dell’Eurosistema, indipendentemente dal loro luogo di emissione all’interno dell’area.

    Report "Financial integration in Europe"
    SEPA
    TARGET2
    TARGET2-Securities
    CCBM

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  • Integrazione europea

    Caratteristiche essenziali dell’area dell’euro

    Prima dell’istituzione dell’unione monetaria i singoli paesi che oggi partecipano all’area dell’euro erano economie relativamente piccole e aperte; il nuovo spazio valutario costituisce invece un’economia ampia e molto più autonoma, comparabile per dimensioni agli Stati Uniti.

    Con 333 milioni di cittadini nel 2012, l’area dell’euro rappresenta una delle più vaste economie sviluppate al mondo in termini demografici; a titolo di confronto, gli Stati Uniti e il Giappone contavano rispettivamente 314 e 128 milioni di abitanti.

    Per quanto riguarda il prodotto interno lordo (PIL), nel 2012 l’area dell’euro risultava la seconda area valutaria al mondo con una quota del 13,7%, preceduta dagli Stati Uniti con il 18,9%, mentre il Giappone registrava il 5,6%.

    Il grado di apertura molto inferiore che caratterizza l’area dell’euro rispetto alle economie dei singoli paesi partecipanti tende a limitare l’impatto delle oscillazioni dei prezzi esterni su quelli interni. Tuttavia, l’area dell’euro è più aperta degli Stati Uniti e del Giappone; nel 2012 le sue esportazioni di beni e servizi, in percentuale del PIL, apparivano assai più elevate (con il 26,8%) rispetto a quelle delle altre due grandi economie (14,1 e 15,4%).

    Fonti per l’area dell’euro e l’UE: BCE, Eurostat, dati nazionali, FMI ed elaborazioni della BCE; per gli Stati Uniti e il Giappone: fonti nazionali ed FMI.

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